Il Gobbo

Castello di Montegiove

Castello di Montegiove 1281 AD

È senza dubbio uno dei castelli più antichi dell'Umbria, feudo della famiglia dei conti di Marsciano, si presenta ancor oggi, nonostante i rifacimenti verificatisi in tempi antichi e moderni, massiccio e superbo. Come precedentemente detto nei cenni storici, l'etimologia del paese di Montegiove, dal quale prende il nome lo stesso castello, deriva da "Jupiter Elicius", Giove che scende nel lampo; infatti secondo alcuni storici il castello nacque proprio sopra la tomba dove furono trovate due teste in marmo del dio Giove e, con il passare dei secoli divenne un luogo fortificato. Il complesso edilizio è stato dichiarato d'interesse particolarmente importante ai sensi della legge 1089/39 (legge Bottai) con decreto del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali del 30 agosto 1994. Il complesso copre una superficie di circa 2600 mq e si sviluppa sulla sommità della altura, da cui prende la sua forma ovoidale con l'asse maggiore disposto secondo la direzione nord-sud. Esso mantiene ancora le sue caratteristiche di Borgo fortificato: con due torri laterali che dominano la vallata e un ingresso fortificato con ancora in vista le testimonianze di un ponte levatoio. All'interno delle mura si apre un vasto cortile con un pozzo centrale delimitato da due edifici a nord, dalla fattoria ad est e da una cortina di lecci ad ovest sistemati in forma geometrica a rafforzare la tipologia dello spazio concluso, tipico di tali insediamenti. Gli edifici attuali risentono dei vari interventi che si sono succeduti nel corso del tempo e il passaggio dalla fortezza alla tipologia residenziale. Il castello fu costruito prima del 1281 da Nerio [1] (o Raniero IV) di Bulgaruccio (o Bulgarello poiché discendente della stirpe di Bulgarello I) personaggio di primo piano, poiché egli sovrastava in proprietà di beni i fratelli Ugolino e Bernardo detto Nardo:Famiglia di antica stirpe longobarda trapiantata in Umbria intorno al 1100 (vedi cenni storici). Precise notizie storiche si cominciano ad avere dai documenti solo nel 1282: essi ci dicono che, in tale data, Nerio fece richiesta al vescovo di Orvieto per costruire un oratorio [2]"nella tenuta presso il castello di Montegiove" . Si deduce quindi che, a quell'epoca, il castello era già stato costruito. Sorse con tutte le regole fortilizie difensive poiché la costruzione era imposta per la difesa del feudo contro le prepotenze dei signorotti vicini e contro le invasioni dei più potenti sia italiani che stranieri: un blocco di pietra, massiccio, imponente con mura, cassero, torri, fossato, ponte levatoio, circondato da boschi di querce e castagni e con un solo sentiero di accesso. "Un ampio fabbricato in forma ovoidale in pietra viva e filaretto con un'unica porta aperta, di cui rimangono le tracce, e con la torre quadrata nel mezzo del cassero. Un uomo dall'abito di penitenza, dall'aspetto severo sta sulla porta, l'occhio fisso ad altro edificio non lontano. È Conte Nerio di Bulgaraccio" [3]. Nerio, proprietario anche di sontuosi palazzi costruiti nel rione S. Giovanni di Orvieto, mentre provvedeva all'erezione del castello, vendette Marsciano ai Perugini per 5.000 libbre di denari, d'accordo con il fratello Bernardo e con lo zio Bernardino II, fratello di suo padre Bulgarello. Rimasto vedovo, prese i voti del terzo ordine francescano, vivendo devotamente in una chiesa fatta costruire in contrada Pornellese, fino alla sua morte avvenuta nel 1290. Il castello passò quindi ai suoi discendenti, che, a partire dal '300 furono chiamati anche conti di Montegiove, restando sempre sotto il dominio orvietano. Binolo (o Bindo) unico figlio di Nerio fu infatti il primo che nel 1292 venne inserito nell'allibramento catastale con il titolo comitale di "Comes de Monte Iovi" (Conte di Montegiove). Binolo si sposò con Fiandina della Corbara dei conti di Montemarte che gli portò in dote notevoli possedimenti. Ulteriori discendenti sono: Iacopo o Giacomo di Binolo, marito di Alessandra Salimbeni, nobile senese e Notto di Iacopo, marito di Angela Monaldeschi dell'Aquila. Nel 1346 la struttura difensiva si arricchì di nuove opere murarie mentre, con la morte di Notto, avvenuta nel 1362 a causa della peste, tutta la proprietà fu ereditata dai fratelli Mariano e Nicolò, che aveva sposato Lascia, sorella di Angela Monaldeschi dell'Aquila. Nel 1363 morì anche Alessandra Salimbeni lasciando eredi i figli Nicolò, Mariano, Francesca e Angelina. Le due figlie ebbero destini diversi; Francesca, sposerà Trincia VII Trinci, imparentando così i conti di Montegiove con i signori di Foligno e Angelina [4], ultimogenita, nata tra il 1357 e il 1360 rimarrà nella storia per la sua vita di devozione nei confronti di Dio.

Castello di Montegiove

Angelina, infatti, dopo la scomparsa dei genitori, sposò il conte Giovanni Termes, castellano di Civitella del Tronto, restando insieme con lui per due anni in stato di verginità. Morto il marito, distribuì tutta la sua immensa fortuna ai poveri e indossò il saio del Terzo Ordine francescano, seguita da alcune giovani contesse, sue cugine e discepole. Ciò le provocò l'infamante accusa di stregoneria presso il re Ladislao di Napoli da parte di alcuni mariti delusi. Stabilitasi insieme alla sorella Francesca a Foligno, fondò il primo convento in onore di Santa Anna; proprio per questo convento Sigismondo di Astorello, conte di Foligno , commissionò a Raffaello, nel 1505, la "Madonna di Foligno". Nel 1406 divenne badessa del monastero di S. Quirico in Assisi e, dopo aver fondato ben 16 monasteri, morì il 14 luglio 1435, dopo una vita dedicata alla preghiera e all'educazione della gioventù femminile. Riconosciuta coma la fondatrice delle Suore Terziarie Francescane Regolari Claustrali, fu proclamata beata da Leone XII nel 1825. Nel castello la Beata Angelina è ricordata con una Cappella eretta dal Marchese Lorenzo Misciattelli nel 1903, per celebrare la nascita del figlio Paolo, e ogni anno, il 15 luglio, vi si celebra la messa in onore della Santa.

Castello di Montegiove

Orvieto, intanto, con la decisione di aumentare notevolmente i balzelli per i castelli sottomessi, provocò nel 1380 la sottomissione del castello a Perugia sotto la quale i conti di Montegiove restarono fino al 1394. In quello stesso anno morirono sempre di peste i fratelli Nicolò e Mariano senza lasciare eredi, per cui si estinse il ramo dei conti di Montegiove e il castello passò nelle mani di Francesco di Petruccio, abate di Monteorvietano. Nel 1400, dopo la morte dell'abate, i montegiovesi,, stanchi delle continue vessazioni impositive, si ribellarono ed elessero a loro signore Francesco di Montemarte conte di Corbara il quale, nel 1417, vendette il castello a Pier Antonio Monaldeschi della Vipera. Nel 1455 passò a Erasmo da Narni detto "Gattamelata" [5],(Narni 1370 - Padova 1443). Giacoma, moglie del condottiero, rimasta vedova, mantenne la proprietà con intelligenza e saggezza ed eseguì tra il 1455 ed il 1466 importanti lavori di trasformazione e restauro, resi necessari dopo le distruzioni dovute alle continue incursioni. Con la scoperta della polvere da sparo l'originaria struttura subì notevoli alterazioni; davanti alla porta originaria fu costruito un rivellino [6] dal quale si poteva proteggere una nuova porta d'ingresso con ponte levatoio, posta in un fabbricato addossato all'antica muraglia della parte esterna. Fu inoltre costruita una torre tonda ed un'altra quadrata, sporgenti dall'antica cinta per eseguire i tiri di striscio e tutta la parte esterna del castello fu rifoderata, inspessendone la muratura di un piede orvietano ( 34 cm). Venne costruita una seconda cinta muraria con ponte levatoio e portale dove in una pietra ben squadrata si poteva vedere incisa una treccia [7] o fascia militare che si ritrova nello stemma dei Gattamelata; un'altra treccia incisa sull'architrave di un camino nel salone al primo piano della parte nuova del fabbricato, conferma ancora il dominio dei Gattamelata e certifica le datazioni delle varie fasi costruttive del castello. La vedova del Gattamelata per testamento lasciò tutti i suoi beni alla figlia, Bianca Paola Gattamelata detta Todeschina sposata con Antonio di Ranuccio Bulgarelli, conte di Marsciano, (1429-1483) e così, per via femminile, il castello di Montegiove ritornò agli antchi proprietari. Giovanissimo, Antonio militò sotto il Gattamelata che lo avviò alla carriera delle armi. Nel 1459 fu nominato dai veneziani capitano del corpo delle «Lance spezzate», un manipolo scelto di combattenti, famosi per il loro coraggio. Nel 1461 tornò in Umbria per sposarsi con Paola Bianca. Gli sposi soggiornarono a lungo presso il castello di Montegiove ed ebbero una nutrita schiera di bambini, ben tredici, tre dei quali seguiranno la carriera militare. Morto Antonio, la moglie lo seguirà nel 1498, le numerose proprietà, comprendenti i feudi di Montegiove, Parrano, Poggio Aquilone, Migliano, Castel di fiori, le ville di Pornello, Fratta Guida, Pastignano e metà della Fratta Balda, si frazionarono tra i suoi 11 figli viventi: Ranuccio, Gerolamo, Lamberto, Bernardino, Mario, Ludovico, Gentile, Pirro, Alessandro, Laura e Lavinia. Montegiove fu ereditato da Bernardino e Alessandro, quest'ultimo, celibe, vendette i beni al fratello Bernardino che a sua volta li assegnò a Girolamo, figlio di primo letto e ad Ranuccio. Quest'ultimo, verso la metà del '500, provvide a grandiosi restauri, sia perche il castello era stato gravemente danneggiato da forti scosse di terremoto che ne avevano lesionato le murature, ma anche per adeguare l'antica abitazione alle nuove esigenze dei tempi; infatti col cessare delle guerre e la riappacificazione fra i signori dei terreni limitrofi, veniva meno la destinazione esclusivamente difensiva del castello che si andava via via trasformando in una abitazione signorile. Venne così costruita una nuova cinta muraria per allargare gli spazi da adibire a giardini e cortili, venne abbellito l'interno grazie a decori pittorici e grandiosi camini. La datazione dei restauri è confermata inoltre da due anelli di ferro, tuttora esistenti, per legare i cavalli, con incisa la data 1562. Fino alla metà del '600, una parte di Montegiove rimase ai discendenti di Ranucccio e l'altra a quelli di Girolamo. Intorno al 1650 si ritrovano proprietari Felice I degli Atti di Viterbo (famiglia estinta nel 1770 con la morte di Felice II degli Atti), gli Avimonzi, i Misciattelli e i Marsciano.

Castello di Montegiove

La proprietà di Montegiove fu ricostituita dai Misciattelli, poiché già nel dicembre del 1780 il Marchese Angelo Misciattelli prendeva in enfiteusi perpetua [8] tutta la parte di cui era proprietario Mons. Giuseppe Varese Degli Atti, conte di Montegiove. Nel Cabreo [9] sono riportati tutti i terreni di propietà dei Misciattelli tale volume riporta "Copia dei Beni descritti nei catastri di questa illustrissima città di Orvieto sotto nome del nobil uomo Sig .Conte Felice Degli Atti di Viterbo e trasportati poi alla patria del Sig. Angelo Misciattelli come pure dei beni descritti in detti catastri all suddetto Sig.Angelo e Don Girolamo Misciattelli ". Alla morte di Angelo fu Don Girolamo insieme a suo cugino Mario, figlio di Angelo, ad amministrare i beni acquistando il feudo di Castel di Ripa, che comprendeva una tenuta ed una villa chiamata "Osa". Carlo, unico figlio di Giuseppe ad avere discendenza e fratello di Don Girolamo, divenne il capo dei Misciattelli di Osa e si trasferì al Castello la sua dimora. A seguito di divisioni amichevoli fatte tra i cugini e fratelli alla morte di Mario, a Carlo e ai suoi discendenti fu assegnata questa tenuta. Per testamento lasciò i suoi beni ai tre figli maschi Luigi Lorenzo e Geremia, fu però quest'ultimo ad ereditare Montegiove, poiché i fratelli morirono senza eredi. Il Marchese Geremia Misciattelli fu "uomo di grande ingegno e cospicua fortuna " [11]infatti, accanto alle acquisizioni di terreni posti nel territorio intorno a Montegiove, il Marchese provvide ad ampliare la tenuta circostante il castello, grazie anche alle parti lasciate dai fratelli. Alla morte, 29 giugno 1865, questa raggiungeva un'estensione di 2401 ha [12]. Il Marchese Geremia Misciattelli segnò notevolmente, intorno alla metà dell'800, la struttura del castello in quanto, il mastio o torre a campanile fu distrutta per sua volontà, ritenendo che attirasse i fulmini, visto che proprio, su tale torre gli erano morti due familiari. Nella Biblioteca del castello non sono stati ritrovati documenti che attestano le volontà di Geremia circa la divisione del patrimonio. I documenti relativi al periodo successivo alla morte, riguardano esclusivamente il Marchese Lorenzo e i suoi discendenti, poiché a lui fu assegnata la tenuta di Montegiove. Il marchese Paolo (1903-1993), suo figlio, che ereditò oltre al castello di Montegiove anche il castello di Vasanello (Viterbo), l'antico Bassanello, s'interessò anche di ceramica artistica favorendone lo sviluppo proprio nella località laziale. Fu proprio grazie al Marchese che l'antica tradizione "vasanellese" non andò perduta; più per passione che per necessità , nel 1944, adibì le scuderie del suo castello a Vasanello, a laboratorio di ceramica, dopo la chiusura dello stabilimento più importante,"stabilimento Bonifazi", a causa della crisi economica portata dal secondo conflitto mondiale. Oggi si possono osservare all' interno del castello alcuni esemplari di questa stupenda produzione, conosciuta in tutto il mondo e, oltre alla ricchissima suppellettile castellana e domestica si può ammirare l'armeria, gli ampi saloni di rappresentanza, come anche la stupenda Biblioteca di famiglia. Alla fine del secolo XIX iniziarono i primi restauri con criteri ottocenteschi, per trasformare il castello in residenza abitativa. La proprietà attuale ha affidato nel gennaio del 2003 i lavori di restauro e consolidamento all'architetto Andrea Ricci. L'intervento di restauro interessa principalmente le parti del complesso maggiormente interessate da fenomeni di degrado, individuate a livello delle coperture e dei solai lignei. Sono presenti inoltre problemi diffusi riguardanti il deterioramento delle caratteristiche di resistenza dei paramenti murari, causato dalla perdita di coesione delle malte, unita ad una marcata erosione dei giunti malta delle facciate esterne in pietrame. Nell'attuale fase di restauro è stato quindi affrontato il duplice problema di alleggerimento dei sovraccarichi e della bonifica della struttura muraria.

Castello di Montegiove

Oggi il castello di Montegiove, dopo i restauri, si presenta molto ben conservato: massiccio, severo, con mura e fossato, torre angolare circolare e rivelino. Sopra la porta d'ingresso al castello è collocato lo stemma gentilizio della famiglia Misciattelli [13]all'interno si apre un vasto cortile con pozzo centrale, il palazzo è merlato alla guelfa e vi è una cappella dedicata alla beata Angelina, Il territorio circostante al castello di proprietà del marchese Lorenzo Misciattelli, nipote di Paolo, è ricco di numerosi ettari di vigneti, oliveti campo d'orzo e boschi cedui, che producono prodotti di ottima qualità. Ad esempio il " rosso Orvietano " un vino   DOC (   denominazione di origine controllata)   la cui produzione è consentita nella provincia di   Terni , il " rosso Umbria ", merlot IGT  ( indicazione geografica tipica) come l'olio extravergine d'oliva " castello di Montegiove ".

Castello di Montegiove
Castello di Montegiove

1 Ferdinando Ughelli "albero et istoria della famiglia de' conti di Marsciano" Roma 1667 .In questo libro è stata messa definitivamente a punto la genealogia dei conti di Marsciano. Marsciano I conti di Montegiove provengono da un antico ceppo longobardo, sceso in Italia prima del sec.VII ,stanziatosi in Toscana e posteriormente in umbria la genealogia..
2 Si tratta dell'Oratorio Francescano della Scarzuola. Laleggenda narra che San Francesco, giuntoin questo luogo solitario, costruì una capanna di scarza e l'abitasse. Nerio decise di fabbricare un oratorioche chiamò Scarzuola "perché nel nome dell'umile giunco rammentasse la capanna del Santo" ( C.Simoni "Il castello di Monte Giove,<<De Montanea>>" , Roma 1925).
3 C.Simoni "Il castello di Monte Giove,<<De Montanea>>" , Roma 1925.
4 Felice Rossetti "la beata Angelina dei Conti di Montegiove"industria grafica pistololesi - siena 1976
5 Erasmo da Narni , detto Gattamelata ( Narni , 1370 - Padova , 1443 ), è stato un condottiero italiano .
6 Un   rivellino   o   revellino   è un tipo di fortificazione indipendente generalmente posto a protezione di una porta di una fortificazione maggiore. La probabile origine va ricercata in una formazione del tipo iterativo re+ vallare cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo revallo .
7 Arnese militare che, secondo alcuni serviva ai cavalieri per legare sull'arcione del cavallo il fardello delle vettovaglie, per altri, era la fune dell'arco per scagliare l'arco.
8 L' enfiteusi  è un diritto reale di godimento su una proprietà altrui. È, fra i  diritti reali su cosa altrui  quello di più esteso contenuto, al punto di essere stato considerato nei secoli precedenti come una forma di "piccola proprietà" e secondo la dottrina dominante è il proprietario ad avere un diritto subordinato a quello dell'enfiteuta, (tant'è che tuttora si ritiene che il cosiddetto " dominio utile " spetti all'enfiteuta, a differenza del caso di usufrutto, in cui il dominio utile spetta al nudo proprietario).L'enfiteusi è un diritto perpetuo o, se è previsto un  termine , ha durata non inferiore a venti anni. Ha per oggetto tradizionalmente fondi rustici, ma dalla legislazione speciale è stata estesa anche ai fondi urbani. Sul fondo l'enfiteuta ha la stessa facoltà di godimento che spetta ad un  proprietario  ( art. 959 c. c. ), ma con due obblighi specifici:di migliorare il fondo e di corrispondere al nudo proprietario ("concedente") un  canone  periodico (una somma di danaro ovvero una quantità fissa di prodotti naturali), per la cui determinazione l'autonomia delle parti è vincolata dai criteri previsti dalle leggi speciali in materia.
9 Con la parola   Cabreo   (dal latino   cabreum ,   capibrevium ) si indicava in origine la raccolta fatta redigere da   Alfonso XI   (1311-1350) che enumerava i privilegi e le prerogative della monarchia nella   Castiglia   medievale.
In seguito, con il termine Cabreo si vennero ad indicare gli inventari dei beni delle grandi amministrazioni ecclesiastiche (ad es. i Cabrei dell'Ordine dei   Cavalieri di Malta ) o signorili e l'insieme dei documenti che li formavano: mappe, elenchi dei   beni mobili   ed   immobili , dei   diritti , delle   servitù , del valore della   proprietà , mappe delle singole particelle, ecc.
11 Ricordi della famiglia Misciattelli
12 Oltre ai possedimenti a Montegiove il Marchese possedeva 9 poderi a Montegiove ,pornello,fratta guida e S.Guido; una tenuta a pani carola una a collefulignato presso Nocera Umbra, la tenuta di Torre Alfina e due poderi posti sotto il Comune di Ficulle . Tesi di Laurea di Francesca Vergari. "La tenuta di Montegiove (comuni di Montegabbione e S.Venanzo) Studio Geografico".
13 L' antica arme della famiglia, di origine milanese, aveva al 1°un'aquila nera linguata di rosso e al 2°su su azzurro un palo d'argento caricato di un giglio rosso. Quando la famiglia acquisì la tenuta di castel di ripa cambiò stemma, e da quel momento fu usato quello attuale:nel 1°, su sfondo azzurro una colomba d'argento che tiene in bocca un ramo d'olivo (stemma dei Pamphilj, casato della moglie di Mario) sul 2° , su sfondo rosso , un gatto d'argento ed una fascia d'oro che divide le due immagini con scritto "PAX SEU LIBERTAS". Probabilmente il gatto sta a ricordare le gesta del gran capitano Misciattelli del '500.

Informazioni tratte da: Alice Tabacchioni, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Perugia : Ecomuseo: il museo del futuro. Percorso alla scoperta dei castelli e delle torri del Comune di Montegabbione (TR) , anno accademico 2008/2009

Per maggiori info: www.castellomontegiove.com

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