Carnaiola tra il XII ed il XIII secolo
Il castello, la torre, il piviere e il territorio nelle fonti documentarie (1118-1300)
Questa pagina raccoglie e ordina le testimonianze oggi individuate per Carnaiola fra il XII e il XIII secolo. Le forme documentarie non sono uniformi: compaiono Carraiola, Carriola, Caraiola, Cartaiole e, in repertori successivi, Carnaiola e Carnagliola. Le varianti vengono conservate quando derivano direttamente dalla fonte o dalla sua edizione.
La prima attestazione documentaria qui assunta è dell’aprile 1118, quando fra i testimoni di un atto rogato a Parrano e compare Rollandutius de Carraiola. La prima qualifica esplicita del luogo come castello è documentata con piena sicurezza il 27 dicembre 1191: nella bolla-privilegio Miserati inopiam di papa Celestino III per il vescovo Teobaldo di Chiusi, pubblicata da Ludovico Antonio Muratori, compare direttamente la formula Castellum de Carriola. Il Liber de confinibus del 1278 confermerà poi la medesima natura castellana con la formula tenutam castri Carraiole.
Il Duecento permette di osservare Carnaiola non soltanto come toponimo, ma come luogo fortificato, centro territoriale e nodo del patrimonio comunale orvietano: nel 1239 il Comune sostiene spese di custodia; nel 1244 è documentata la torre; nel 1247 le comunalie di Ficulle, Carnaiola e Fabro vengono concesse a garanzia di un mutuo; nel 1259 la torre è espressamente sottratta all’alienazione ordinaria; nel 1275 una chiesa di Carraiola compare nelle decime della diocesi di Chiusi; nel 1278 il piviere e la tenuta del castello sono descritti analiticamente. La documentazione di fine secolo aggiunge poi due passaggi patrimoniali trasmessi dalla tradizione erudita: nel 1280 la «montagna di Carnaiola» compare nella divisione dei beni fra Bernardino e i nipoti; per la successiva donazione di beni di Carnaiola e Acqualta ai figli Ugolino e Ottaviano l’edizione di Ughelli del 1667 reca inequivocabilmente 1284; Simoni nel 1925 dà invece 1283. La data adottata nel regesto resta quindi 1284, propria della fonte ughelliana, mentre il 1283 di Simoni è registrato come variante discordante finché non sarà recuperata la carta medievale sottostante. Il confronto fra il 1278, il 1289 e il 1292 mostra mutamenti nell’inquadramento territoriale e fiscale di Montegabbione rispetto a Carnaiola, senza consentire di individuare un singolo atto formale di separazione; il catasto orvietano del 1292 conserva infine una sezione specifica per Carnaiola.
Elenco cronologico della documentazione
Le voci rinviano alle singole sezioni della pagina; il regesto documentario finale riassume per ciascuna attestazione il riferimento e lo stato della verifica.
1118, Rollandutius de Carraiola nella convenzione per il castello di Parrano
Nell’aprile 1118, nel luogo detto Pragule, fra il castello di Parrano e il fiume Chiani, il conte Bernardo figlio di Bulgarello, con i fratelli e la moglie Persona, regolò con il vescovo Guglielmo di Orvieto i rapporti feudali relativi al castello di Parrano, alla sua corte e al distretto. L’atto non riguarda Carnaiola come oggetto del negozio: il valore per Carnaiola è nella lista finale dei testimoni, dove compare Rollandutius de Carraiola. È la più antica attestazione documentaria finora individuata per Carnaiola.
Poiché l’atto è pubblicato integralmente da Luigi Fumi, se ne riporta qui il testo completo secondo l’edizione, mantenendo la lacuna espressamente segnalata dall’editore:
1118, aprile, in Pragule — Convenzione per il castello di Parrano fra il conte Bernardo e il vescovo Guglielmo.L’indicazione di provenienza de Carraiola non dimostra ancora lo status istituzionale del luogo, ma documenta che il toponimo era già in uso nel 1118 e che un uomo identificato attraverso di esso partecipava come testimone a un atto di rilievo della Chiesa orvietana e del gruppo dei Bulgarelli. 1
27 dicembre 1191, Castellum de Carriolo: la prima attestazione certa del castello
Il 27 dicembre 1191 papa Celestino III emanò per il vescovo Teobaldo II di Chiusi la bolla-privilegio Miserati inopiam, con la quale confermava beni e diritti della Chiesa chiusina. Il privilegio è registrato da Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, III, p. 234, n. 15, ed è stato pubblicato in più edizioni erudite.
Giuseppe La Farina stampa l'atto nel 1857 fra i Rischiarazioni e documenti sopra nove studi storici del secolo XIII, parte IV, doc. XXXVI, pp. CCXX-CCXXII. L'intestazione editoriale attribuisce la bolla al 1192, ma la datatio interna reca Anno MCXCI e Pontificatus ... Anno Primo. La cronologia accolta dalla moderna regestazione pontificia resta pertanto il 27 dicembre 1191. La Farina stesso segnala in calce la difficoltà determinata dall'indizione.
Per Carnaiola il passo decisivo è ora leggibile nella sua formulazione più ampia: Castellum de Carriolo, cum tota Curte sua. La variante Carriolo appartiene all'edizione La Farina; altre edizioni trasmettono Carriola. In ogni caso sono espliciti sia lo status di castello sia l'esistenza della relativa corte. Questa resta, allo stato attuale, la prima attestazione certa della struttura castellana di Carnaiola. 3
1218, una littera di Onorio III per la Chiesa di Chiusi
La tradizione documentaria del privilegio chiusino non si arresta al 1191. Enrico Barni e Giacomo Bersotti riferiscono che papa Onorio III emanò a favore del vescovo Gualfredo I una bolla, da loro datata al 7 aprile 1218 e che una successiva bolla-privilegio di Martino V, del 2 febbraio 1418, costituiva una ripetizione integrale del privilegio di Celestino III del 1191 ripreso attraverso quello onoriano.
Un riscontro indipendente e particolarmente importante viene da Mario Marrocchi. Studiando i Farolfenghi-Manenti e le Chiane, egli utilizza espressamente una littera papale di Onorio III del 1218, inserita in una successiva di Martino V. Marrocchi precisa che il testo fu trascritto da Luigi Antonio Paolozzi nell’archivio vescovile di Chiusi e che il testimone oggi utilizzabile è indicato in Archivio di Stato di Firenze, Manoscritti, 570, f. 122r. Barni e Bersotti indicano inoltre un secondo testimone: don Giacomo Bersotti rintracciò nell’Archivio Bandini di Sarteano una copia settecentesca della bolla di Martino V, redatta dall’erudito Giovan Paolo Fraticelli, oggi indicata nel vol. B, f. 119v. 5
1233, Henricum carnaiolum nel Codice di San Costanzo
Una segnalazione documentaria relativa al 1233 può ora essere collegata con maggiore precisione al Codice di San Costanzo, instrumentario dell’Archivio del Capitolo della Cattedrale di Orvieto. Il rinvio «CSC 150» va inteso come documento n. 150 del codice. La formula finora nota attraverso repertorio è:
elegit Henricum carnaiolum in rectorem Sancte Marie Urbevetani Episcopatus 8Se confermata sulla carta o sulla trascrizione moderna di G. Leoni, la formula attesterebbe un Enrico qualificato come carnaiolus , cioè attraverso un'indicazione personale collegata a Carnaiola, eletto rettore di Santa Maria dell’episcopato orvietano. 7
29 dicembre 1239, custodia e spese sostenute a Carnaiola
Alla fine del 1239 Carnaiola compare nel quadro delle spese militari del Comune di Orvieto. Il regesto pubblicato da Fumi distingue due partite: una prima somma di 150 lire relativa a maestri, trabucchi e altri apprestamenti per il castello di Lipraga; una seconda partita riguarda direttamente Carnaiola. Enrico, Guido e Filippo Bartholomei Philippi fanno infatti quietanza di 40 lire sulla somma complessiva di 140 lire dovuta loro dal Comune pro custodia et expensis factis in Caraiola.
Il confronto con le voci di Lucio Riccetti permette di identificare i tre figli diBartholomeo Philippi con Enrico Filippeschi e i fratelli Guido e Filippo. Il dato documenta quindi il coinvolgimento del gruppo familiare nella custodia e nelle spese di Carnaiola. La formulazione storiografica secondo la quale Enrico avrebbe individualmente «condotto la difesa» è attribuita esplicitamente da Roberto Sanchini a Daniel Waley, con rinvio a p. 195 dell’edizione italiana di Orvieto medievale. Il passo di Waley resta da collazionare direttamente: il regesto di Fumi, da solo, documenta il coinvolgimento dei tre fratelli ma non ne distingue il ruolo operativo. 9
1244, la torre di Carnaiola e il paesaggio delle comunalie
Nel 1244 il podestà di Orvieto, accompagnato dai quattro rectores populi, promosse un’inchiesta e una nuova terminazione dei beni comuni della città. Il registro originale non è giunto fino a noi, ma è conservato attraverso una copia del 1257. Sandro Carocci ha studiato direttamente questa documentazione.
Nei pivieri di Ficulle, Carnaiola e Fabro il Comune possedeva beni situati anche all’interno o in prossimità dei castra. Per Carnaiola Carocci segnala espressamente la turris di Carnaiola; nel territorio circostante le proprietà comunali erano costituite soprattutto da canneti, ampie paludi e selve di fondovalle, oltre a seminativi presso il Ponticellum de Lotis. I sopralluoghi in questa zona furono compiuti il 6 e 7 giugno.
Questa attestazione è particolarmente importante perché passa dal semplice nome del luogo a una struttura fortificata concreta. Nel 1244 la torre è registrata nel sistema patrimoniale e territoriale del Comune di Orvieto. 11
27 gennaio 1247, le comunalie e lo ius laboratorum
Il 27 gennaio 1247 il Comune di Orvieto concesse per due anni le comunanze poste nei territori di Ficulle, Carnaiola e Fabro a quattro cittadini, in compensazione di un mutuo di 258 lire con un interesse di 25 lire annue.
Il documento è notevole anche per la disciplina dell’uso agricolo: i concessionari potevano lasciare sei uomini a custodia dei campi anche in tempo di guerra e, soprattutto, erano tenuti a rispettare lo ius laboratorum omnium comunagliarum , cioè i diritti dei lavoratori delle comunalie, registrati nei libri comunali.
ius laboratorum omnium comunagliarum 13La tradizione del documento è ora definibile con maggiore precisione: l’atto è conservato in originale in ASO-ASCO, Istrumentari, n. 865, Titolario A, c. 92r, e in copia nel Codice Catalano, n. 867, c. 81r, e nel Codice Savello, n. 870, cc. 154v-155r. Arianna Cervi segnala inoltre che il regesto CCLXIV di Fumi altera l’escatocol, trasformando i quattro rectores populi nei «Cento del popolo». 12
13 giugno 1259, la torre sottratta all’alienazione ordinaria
Il 13 giugno 1259 le comunalie di Ficulle, Carraiola e Fabro furono oggetto di convenzioni collegate a un precedente contratto che Fumi definisce di «vendita». Il regesto precisa una serie di beni e diritti esclusi dall’operazione e, particolarmente rilevante per Carnaiola, una disciplina speciale per la torre di Carraiola.
La torre non poteva dunque essere alienata liberamente: secondo il regesto, poteva passare soltanto a un cittadino di Orvieto stabilmente presente; in caso contrario sarebbe ritornata al Comune. La clausola documenta una specifica tutela politico-patrimoniale della fortificazione. 14
Circa 1268, Neri e Masseo: una finestra sulla vita quotidiana
La documentazione inquisitoriale studiata da Mary J. Henderson conserva un piccolo dossier relativo a persone dell’area rurale di Carnaiola. Un testimone chiamato Neri, intenzionato a entrare in contatto con gli inquisitori di Orvieto, si mosse con grande cautela attraverso intermediari e cercò rifugio presso conoscenti e parenti. Henderson collega queste testimonianze a documenti frammentari provenienti da Viterbo.
Il dossier è prezioso soprattutto per Masseo Callatoris, che a Carnaiola disponeva di una casa articolata e di personale domestico. Henderson ricava dai frammenti l’esistenza di un cellarium, cioè un locale di deposito, con un solarium, ambiente o spazio superiore della casa, abbastanza appartato da consentire a una persona di entrare e restare nascosta per la notte senza essere immediatamente notata.
Il dato consente di intravedere l’organizzazione di un’abitazione duecentesca di Carnaiola e offre un indizio puntuale sulla differenziazione sociale e sulle forme dell’abitare. Tuttavia la segnatura archivistica precisa dei frammenti utilizzati da Henderson non è stata ancora recuperata. 16
1275, la chiesa dei SS. Angelo e Fortunata di Carraiola
Nelle Rationes Decimarum Italiae relative alla Tuscia, al n. 2773, compare la formula:
Eccl. Ss. Angeli et Fortunate de Carraiola 18La registrazione colloca la chiesa nella diocesi di Chiusi. Sanchini utilizza proprio questa attestazione per osservare che nel 1275 Carnaiola restava ancora ecclesiasticamente chiusina, mentre nel corso del Duecento il Comune e la diocesi di Orvieto stavano estendendo verso nord la propria presenza territoriale. 17
1278, Pleberium Carraiole e castrum Carraiole
Il Liber de confinibus del 1278 costituisce la fonte più ricca finora acquisita per la geografia medievale di Carnaiola. Francesca Bianco ne ha pubblicato la trascrizione direttamente dall’originale conservato a Orvieto; la copia del 1427 viene utilizzata soltanto per integrare le parti illeggibili dell’originale e tali integrazioni sono rese in corsivo nell’edizione. Per coerenza con il criterio adottato nelle pagine di Piegaro e Montegiove, si riporta qui integralmente la sezione relativa al piviere di Carnaiola:
[c. 2v] Pleberium CarraioleLa sezione del piviere usa dunque la forma Pleberium Carraiole e descrive un territorio che comprende Montegabbione e si spinge fino al comitatus Perusinorum. La qualifica castellana di Carnaiola compare esplicitamente subito dopo, nella descrizione dei confini di Monteleone:
... ipsa via diffinit inter tenutam Montis Leonis et sue montanee et tenutam castri Carraiole et Montis Cabionis ...Questa seconda formula costituisce una prova primaria esplicita dello status castellano di Carnaiola nel 1278. Nell’edizione di Bianco castri Carraiole appartiene alla parte leggibile dell’originale e non a un’integrazione ricavata dalla copia quattrocentesca.
Il testo restituisce anche una geografia concreta: il Chiani, il Podium de Veclane, il molendinum Oddonis Fuge nel fosso Ripignolo, il Podium Mercardi, San Donato distrutta, il fosso Sorre, una seconda chiesa distrutta di San Glorio/Gregorio, una fornace presso la strada e l’ortus infectorum. Bianco, confrontando il Liber con il registro delle comunalie del 1244, il catasto del 1292 e la cartografia catastale successiva, ricostruisce per il 1278 una tenuta di Carnaiola assai più estesa dell’attuale territorio della frazione: verso oriente comprendeva Montegabbione e raggiungeva il confine del territorio perugino, interessando anche il versante occidentale del Monte Arale. Alcune corrispondenze risultano solide sul piano toponomastico — Fossatus Ripigloli/fosso Ripignolo, Podium Herilis/Monte Arale, Fossatus Risorri/torrente Sorre, Fossatus Rigorsai/fosso del Rosario e Mons Ficullis/Monte Alvano — mentre altre sono proposte interpretative dello studio: in particolare l’identificazione del Podium Mercardi con Poggio Pian del Sette e della ecclesia Sancti Donati destructa con l’area di Poggio della Croce è presentata dalla stessa Bianco come ipotesi da approfondire. La ricostruzione topografica moderna va quindi tenuta distinta dal testo medievale, che resta il dato documentario certo. 19
1280, la «montagna di Carnaiola» nella divisione patrimoniale dei conti
Una notizia distinta dal successivo episodio del 1284 è trasmessa da Ferdinando Ughelli per il 1280. Nel quadro della divisione del patrimonio familiare fra Bernardino di Ranieri Bulgarelli e Nardo con i fratelli, l’autore include espressamente la «Montagna di Carnaiola» fra i beni ripartiti. Ughelli distingue poi, nello stesso anno, la divisione del castello di Parrano e precisa che delle due operazioni esistevano due strumenti, ricordati nel libro di memorie del conte Antonio, il quale li dice rogati da Ser Ranaldo di M. Fontano. Nel passo di p. 27 Ughelli non identifica Parrano come luogo di rogazione dei due strumenti; una seconda formulazione, a p. 44, colloca invece a Parrano l’istrumento della grande divisione patrimoniale e aggiunge che poco dopo seguì la divisione di Parrano con rogito del medesimo notaio. Le due formulazioni devono restare distinte: la catena informativa passa attraverso la memoria familiare utilizzata dall’erudito e gli strumenti medievali non sono oggi identificati e collazionati.
Subito dopo questo elenco Ughelli precisa che delle due operazioni vi erano due strumenti, menzionati nel libro di memorie del conte Antonio, che li dice rogati da Ser Ranaldo di M. Fontano. La distinzione è rilevante: il luogo di rogazione degli strumenti non viene qui identificato da Ughelli come Parrano.
La testimonianza di Ughelli attesta, nella tradizione erudita seicentesca da lui utilizzata, l’inserimento di una porzione patrimoniale denominata «montagna di Carnaiola» fra i beni oggetto della divisione dei Bulgarelli-Marsciano. Non consente però di identificare automaticamente tale bene con l’intero castello o con tutto il piviere: la natura, l’estensione e i confini della «montagna» potranno essere precisati soltanto recuperando l’istrumento ricordato da Ughelli. 21
Cesare Simoni, Il castello di Montegiove di Mentanea (1925), chiarisce la tradizione documentaria della divisione senza trasformarla in una fonte diretta. A p. 18, nel riepilogare il patrimonio di Bulgaruccio e Bernardino prima della divisione, Simoni include fra i beni la «montagna di Carnaiola», la selva di Collelongo fra Montegabbione e Monteleone, mulini e diritti sul Chiani, oltre a Castel di Fiore, Campiglia e case in Orvieto. A p. 24 ricorda poi nuovamente che nel 1280 i figli di Bulgaruccio e lo zio Bernardino si divisero molti beni e castelli. Infine, a p. 31, precisa che Ugolino, Nardo e Nerio, figli di Bulgaruccio, e lo zio Bernardino divisero le proprietà familiari per stirpes et capita; per questa divisione rinvia alla parte storica del lungo testamento del conte Antonio di Marsciano, riportata da Ughelli. Questi passi corroborano la tradizione di una divisione patrimoniale nella quale Carnaiola apparteneva al patrimonio familiare; non sostituiscono però l’istrumento di Messer Fontano né consentono di trattare l’elenco ughelliano come una trascrizione del documento medievale.
Nell’Introduzione alla ristampa anastatica del 2003, nella sezione «Un tema scottante: le divisioni», Maria Grazia Nico Ottaviani osserva che Ughelli fonda la divisione del 1280 sul libro di memorie del conte Antonio, ma che dei documenti da lui ricordati non resta che una «debole traccia», insufficiente a confermare direttamente la spartizione. La vendita del castello di Marsciano al Comune di Perugia nel 1281, documentata da copie archivistiche conservate a Perugia, mostra tuttavia i membri della famiglia agire su porzioni patrimoniali già distinte e costituisce perciò una corroborazione soltanto indiretta dell’avvenuta divisione. Questo riscontro non conferma autonomamente la presenza della «montagna di Carnaiola» nell’atto del 1280, che continua a dipendere dalla testimonianza di Ughelli.
Nel repertorio critico di Sandro Tiberini (1999) la catena della notizia è qualificata con maggiore precisione. Nella scheda delle fonti dei Conti di Marsciano-Parrano Tiberini distingue gli atti del 1280 conservati nel Codice A dell’Archivio Vescovile di Orvieto dalle notizie ughelliane sulla divisione: la voce 1280c, corrispondente a Ughelli, pp. 26-27, è marcata con la sigla CA. L’autore definisce tale sigla come notizie ricavate da un «diario» del conte Antonio di Marsciano, verosimilmente una cronaca familiare redatta in epoca tarda. Il rinvio di Ughelli ai due strumenti rogati da Ser Ranaldo di M. Fontano va quindi letto come memoria di documenti registrata da una fonte familiare successiva: non prova che Ughelli o noi disponiamo oggi dell’istrumento medievale.
1284, i beni di Carnaiola e Acqualta
Ferdinando Ughelli riferisce che nel 1284 Bernardino dei conti di Marsciano donò ai figli Ugolino e Ottaviano «i beni di Carnaiola e d’Aqualta», precisando che la notizia risultava dall’Archivio d’Orvieto. Cesare Simoni (1925) riporta lo stesso episodio, ma lo data al 1283: la verifica dell’edizione originale di Ughelli del 1667 conferma tuttavia senza dubbio la lezione MCCLXXXIIII, cioè 1284.
Il documento medievale alla base della notizia non è stato ancora identificato. La principale pista archivistica è l’Archivio storico del Comune di Orvieto, in particolare il Liber Donationum I, che conserva registrazioni di donazioni duecentesche. La definizione puntuale di contenuto, data e provenienza dell’atto richiede la collazione del registro e dei relativi inventari archivistici. 22
La testimonianza di Ughelli resta comunque significativa perché attesta, nella tradizione erudita seicentesca, l’esistenza alla fine del Duecento di beni di Carnaiola nella sfera patrimoniale dei conti di Marsciano; finché non sarà identificata la registrazione medievale sottostante, il dato non va presentato come direttamente collazionato. La medesima donazione è richiamata anche nella pagina dedicata ad Acqualta .
1289-1292, mutamenti nell’inquadramento territoriale di Carnaiola e Montegabbione
Nel Liber de confinibus del 1278 Montegabbione ricade ancora nella circoscrizione territoriale di Carnaiola. Il 24 ottobre 1289, però, sindaci e procuratori di Montegabbione si presentarono al vescovo di Orvieto assumendo direttamente, per sé e per la comunità, l’obbligo di versare le decime secondo il quantitativo pagato dagli uomini di Acqualta. Poiché l’atto è pubblicato integralmente nell’appendice documentaria del 2018, se ne riporta qui il testo completo:
1289, 24 ottobre — Instrumentum promissionis.L’atto non dice letteralmente che Montegabbione «si separa da Carnaiola». Il passaggio emerge dal confronto delle fonti. Nel 1278 Montegabbione appartiene ancora all’unità territoriale che Élisabeth Carpentier riassume come piviere de Carnaiola et Montegabbione; confrontando quell’inventario con il catasto del 1292, la studiosa registra poi la nascita di due unità catastali distinte. Montegabbione è elencato senza ambiguità come Castrum de Montegabbione. Per Carnaiola la terminologia usata dalla stessa Carpentier non è invece uniforme: nell’elenco generale di p. 63 compare Piviere de Carnaiola, mentre nel commento di p. 64 e nella tabella di p. 66 compare Castrum de Carnaiola. Il dato sicuro ricavabile dal confronto è dunque la separazione catastale di Carnaiola e Montegabbione entro il 1292, non la prova che Montegabbione fosse già divenuto centro di un proprio piviere. Il 1289 documenta dunque un rapporto fiscale diretto della comunità di Montegabbione con il vescovo di Orvieto; letto insieme alla distinta registrazione catastale del 1292, il dato segnala un mutamento rispetto all’assetto territoriale del 1278, ma non basta a definirne da solo natura giuridica, tempi e modalità. Va inoltre registrato un dato materiale importante: il testo reca la nota Cassatum istud instrumentum ... mandato domini Episcopi ed è indicato nell’edizione come depennato; questa cassazione non cancella il valore testimoniale dell’atto, ma va tenuta presente nell’interpretazione dei suoi effetti giuridici. 23
1292, il catasto orvietano di Carnaiola
Il catasto del contado di Orvieto del 1292 conserva una sezione specifica per Carnaiola. Francesca Bianco ne fornisce la segnatura precisa: ASO, ASCO, Catasti, n. 400, cc. 649-658. Lo stesso catasto è la base dello studio di Élisabeth Carpentier sulla città e sul contado alla fine del XIII secolo.
Le dieci carte costituiscono una fonte potenzialmente decisiva per proprietà, contrade, colture e toponomastica di Carnaiola alla fine del Duecento. Un primo dato può ora essere acquisito attraverso lo studio di Francesca Bianco: analizzando lo sviluppo insediativo dell’Alto Orvietano, l’autrice osserva che nel catasto del 1292 sono attestati sia un burgus Fabri sia un burgus Carraiole . La menzione attesta con sicurezza, attraverso lo studio di Bianco, l’uso catastale della forma burgus Carraiole . Senza la collazione diretta delle cc. 649-658 e senza una ricostruzione topografica puntuale, non è però opportuno dedurne automaticamente forma, estensione o rapporto fisico con il castrum Carraiole attestato nel 1278. 25
Altri studi che hanno lavorato direttamente sui dati catastali consentono di aggiungere due elementi di paesaggio. Francesca Bianco individua nel distretto di Carnaiola la contrata Petriti o Petrito , ricostruendone attraverso i confini degli appezzamenti la prossimità con la contrata Volpaie . Sul piano agricolo, Donata Castagnoli riprende la ricostruzione di Élisabeth Carpentier e colloca Carnaiola fra i settori dell’Alto Orvietano interessati dalla presenza della vite nel catasto del 1292, insieme alle colline prossime al confine toscano. Il dato non implica che l’intero territorio fosse vitato, ma documenta la presenza della viticoltura nel paesaggio agrario locale alla fine del XIII secolo. 25
Lo studio di Élisabeth Carpentier consente di ricostruire un profilo quantitativo della proprietà fondiaria registrata a Carnaiola. Nelle classificazioni delle pp. 126-132 la circoscrizione conta 55 proprietari e 326 parcelle, per una superficie complessiva di 26.029 tabule . Le medie elaborate dall’autrice sono di 6 parcelle e 473 tabule per proprietario, con una superficie media di 80 tabule per parcella. Sul versante estimativo Carpentier calcola un patrimonio fondiario medio di 32 lire e 10 soldi per proprietario, un valore medio di 5 lire e 9 soldi per parcella e di 1 soldo per tabula ; il valore totale delle parcelle registrate è indicato in 1.787 lire. Sono dati statistici ricavati dall’elaborazione moderna del catasto: descrivono il patrimonio fondiario censito, non equivalgono automaticamente al numero degli abitanti, delle famiglie o alla ricchezza complessiva della comunità. 25
La lettura territoriale di Carpentier aggiunge un dato qualitativo altrettanto utile. A p. 160 Carnaiola è indicata, insieme ad altri centri, come esempio di «sito di confluenza» nella scelta dei luoghi d’insediamento. La spiegazione si chiarisce nelle pagine dedicate al Chiani: a p. 159 la studiosa richiama i fenomeni erosivi e i calanchi particolarmente sviluppati nella valle del Chiani, «soprattutto fra Carnaiola e Parrano»; a p. 164 descrive poi, fra le colline di Ficulle e quelle di Carnaiola, una zona paludosa che il catasto registra anche attraverso il lessico in Pantanis. Sono osservazioni geomorfologiche e interpretative di Carpentier fondate sul catasto e sul paesaggio, non formule documentarie da attribuire direttamente a un singolo atto medievale. 25
Lo stesso quadro permette di collegare con maggiore precisione il catasto del 1292 alle comunalie già documentate nel 1244, 1247 e 1259. A p. 213 Carpentier include Carnaiola nell’elenco delle comunità rurali del contado per le quali la documentazione catastale consente di riconoscere beni comunali; a p. 214 rileva inoltre menzioni di comunalie della città di Orvieto anche a Carnaiola. A p. 215 individua infine nei territori di Ficulle, Carnaiola e Fabro, lungo la fascia paludosa del Chiani, uno dei principali gruppi di comunalie orvietane e propone che almeno una parte di questi terreni possa essere collegata a opere collettive di prosciugamento e bonifica. Quest’ultima è un’interpretazione storica della studiosa e va mantenuta distinta dal dato più solido: la presenza di beni comunali nel territorio di Carnaiola. 25
Lo stesso studio permette di misurare anche la presenza ecclesiastica nei dati catastali. Nel Tableau XI di p. 205, per Carnaiola sono registrate 67 menzioni di stabilimenti ecclesiastici su 617 menzioni catastali complessive, pari al 10,85%. A p. 209, nella graduatoria delle pievi rurali più frequentemente ricordate, la Paroisse de Carnaiola conta 47 menzioni. Alle pp. 208-209 Carpentier segnala inoltre beni dell’abbazia di San Pietro d’Acqualta e del monastero di San Giovanni di Montarale anche nel territorio di Carnaiola. La conclusione della studiosa precisa però il senso di questi dati: a p. 217 Carnaiola è compresa fra le antiche pievi che, nel quadro patrimoniale ecclesiastico del 1292, possiedono ormai soltanto una parte molto debole della ricchezza fondiaria della Chiesa nel contado, dominata invece dai grandi enti monastici. I conteggi citati misurano quindi fenomeni diversi e non corrispondono al numero di chiese, edifici o ecclesiastici presenti a Carnaiola: sono elaborazioni delle occorrenze catastali e degli interessi patrimoniali nel territorio. 25
Resta da svolgere la collazione sistematica delle cc. 649-658 per ricostruire direttamente proprietari, singoli appezzamenti, consistenza delle colture, dimensioni fondiarie e ulteriori elementi dell’organizzazione insediativa e della tenuta.
1300, sei fanti di Carnaiola inviati a Roma per il Giubileo
Monaldo Monaldeschi, nei Commentarii historici pubblicati a Venezia nel 1584, riferisce che per il Giubileo del 1300 il Comune di Orvieto inviò a Roma la propria cavalleria e contingenti di fanti dei castelli del contado. Nella tradizione del passo Carnaiola fornisce 6 fanti; nello stesso elenco compaiono Montegabbione con 20, Monteleone con 20 e Montegiove con 6. 26
La testimonianza cronachistica rappresenta Carnaiola come inserita nella mobilitazione del contado, ma non consente di dedurre direttamente la popolazione del castello né l'entità ordinaria delle sue forze e non equivale a una registrazione coeva del 1300.
Carnaiola fra Chiusi e Orvieto: castello, torre e piviere
Fra il 1118 e la fine del Duecento le fonti mostrano Carnaiola come un centro che non può essere ricondotto a un’unica appartenenza istituzionale. Nel 1191 il Castellum de Carriola compare fra i possessi confermati da Celestino III al vescovo di Chiusi; Barni-Bersotti segnalano inoltre una nuova conferma pontificia, da loro datata al 7 aprile 1218; l’esistenza di una littera del 1218 è confermata anche da Marrocchi, mentre la data esatta e la presenza di Carnaiola restano da collazionare. Ancora nel 1275 la chiesa dei SS. Angelo e Fortunata di Carraiola è registrata nella diocesi chiusina. Il legame ecclesiastico con Chiusi resta quindi documentato mentre, sul piano politico e patrimoniale, cresce la presenza del Comune di Orvieto.
Le attestazioni del 1239, 1244, 1247 e 1259 rendono visibile questa presenza orvietana in forme concrete: spese per la custodia, controllo delle comunalie, registrazione della torre e tutela della fortificazione nelle operazioni patrimoniali. Questi documenti non descrivono un passaggio improvviso di sovranità, ma una progressiva capacità del Comune di intervenire nel territorio e nelle strutture di Carnaiola.
Il Liber de confinibus del 1278 offre infine il quadro territoriale più articolato: Pleberium Carraiole, castrum Carraiole, strade, corsi d’acqua, mulini, chiese e confini. Le notizie patrimoniali trasmesse dalla tradizione erudita per il 1280 e per la donazione datata 1284 da Ughelli, con variante 1283 in Simoni mostrano inoltre che beni identificati con Carnaiola erano coinvolti nelle divisioni del patrimonio dei Bulgarelli-Marsciano, pur restando da recuperare gli atti medievali sottostanti. Il confronto con l’atto del 1289 e con il catasto del 1292 mostra infine un mutamento rispetto all’assetto del 1278: Carnaiola e Montegabbione, comprese allora nella medesima delimitazione territoriale, risultano nel 1292 registrate come unità catastali distinte. La documentazione oggi disponibile non consente però di identificare un singolo atto costitutivo della separazione né di definirne con precisione la natura istituzionale.
Regesto documentario e stato della verifica
Criterio degli stati di verifica. La colonna seguente descrive innanzitutto come è stato controllato il testimone, non attribuisce un generico voto di «certezza» alla notizia. I livelli sono: testimone collazionato = carta o registro verificato direttamente; edizione scientifica dell’originale = testo stabilito mediante edizione critica o scientifica fondata sull’originale; edizione/trascrizione documentaria = testo controllato in un’edizione o trascrizione documentaria, senza collazione diretta dell’originale; regesto con testimone identificato = dati ricavati da un regesto o repertorio che individua la fonte; tradizione indiretta / aperto = fonte tarda, secondaria, agiografica o segnalazione che richiede ancora verifica sul testimone richiamato.
| Data | Attestazione | Riferimento | Stato della verifica |
|---|---|---|---|
| aprile 1118 | Rollandutius de Carraiola, testimone. | Fumi, Codice diplomatico, doc. XV, pp. 11-12; AVO, Collezione B, c. 103t. | edizione documentaria; testimone archivistico indicato dall’editore |
| 3 dicembre 1188 | Guelfutii de Cartaiole, segnalato nella lista dei testimoni dell’atto relativo a Castel della Pieve. | CDP, I, n. 9. | edizione scientifica identificata; specifica lezione non ancora collazionata |
| 27 dicembre 1191 | Castellum de Carriola (Muratori) / Castellum de Carriolo, cum tota Curte sua (La Farina) nella bolla Miserati inopiam. | Muratori, Antiquitates Italicae medii aevi, VI, p. 421; La Farina, Rischiarazioni e documenti, parte IV, doc. XXXVI, pp. CCXX-CCXXII; Kehr, Italia Pontificia, III, p. 234, n. 15; Barni-Bersotti, 1999, pp. 16-18, spec. p. 17; Sanchini, pp. 136-137. | atto pontificio collazionato in due edizioni; originale non controllato direttamente |
| 1206 | Petro plebano de Carnaiola. | Segnalazione riferita al Codice B del Registro della Chiesa di Orvieto; indice di R. Galli da collazionare. | segnalazione da verificare; Codice B cartularistico posteriore all’atto del 1206 |
| 1218 | Littera di Onorio III per la Chiesa di Chiusi; Barni-Bersotti indicano il 7 aprile. Marrocchi ne conferma l’esistenza e ne utilizza una clausola patrimoniale; presenza di Carriola/Carnaiola da verificare. | Barni-Bersotti, 1999, p. 19 e n. 57; M. Marrocchi, 2020, pp. 396, 407; ASF, Manoscritti, 570, f. 122r; Archivio Bandini, Sarteano, vol. B, f. 119v. | tradizione indiretta con testimoni di copia identificati; data 7 aprile e lezione su Carnaiola da collazionare |
| 1233 | elegit Henricum carnaiolum in rectorem Sancte Marie Urbevetani Episcopatus. | AVO, Archivio del Capitolo della Cattedrale di Orvieto, Instrumentari, Codice di San Costanzo, doc. 150. | testimone identificato; formula ancora da collazionare |
| 29 dicembre 1239 | Quietanza di 40 lire sulle 140 dovute pro custodia et expensis factis in Caraiola; Enrico, Guido e Filippo Bartholomei Philippi. | Fumi, doc. CCXLIX, p. 165; De Bust., c. 31t.; Riccetti, DBI. | regesto documentario controllato; testimone archivistico da collazionare |
| 1244 | turris di Carnaiola e beni delle comunalie. | ASO-ASCO, Istrumentari, n. 874, Comunalie, cc. 4v-5r; Carocci, pp. 709-710. | testimone identificato; inchiesta del 1244 trasmessa dalla copia stratificata del 1257 |
| 27 gennaio 1247 | Comunalie di Ficulle, Carnaiola e Fabro; ius laboratorum omnium comunagliarum. | ASO-ASCO, Istrumentari, n. 865, Titolario A, c. 92r; copie n. 867, c. 81r e n. 870, cc. 154v-155r; Fumi, CCLXIV; Carocci; Cervi. | formula pubblicata; originale e due copie identificati, testo integrale da collazionare |
| 13 giugno 1259 | Torre di Carraiola esclusa dall’operazione ordinaria sulle comunalie e soggetta a clausola di ritorno al Comune. | Fumi, doc. CCCLX, p. 225; Istrumentario B, c. 21; Carocci, p. 724, n. 94. | regesto documentario con testimone identificato; natura vendita/locazione da precisare |
| s.d. | Instrumentum fidelitatis cuiusdam de Carnagliola. | AVO, Codice B, c. 204, secondo il repertorio finora individuato. | segnalazione aperta: data, protagonista e contenuto da verificare |
| 1264 / tradizione | Vanna/Giovanna da Orvieto e il castrum quod dicitur Carnaiola. | Tradizione agiografica medievale; redazione della Legenda successiva agli eventi narrati. | tradizione agiografica medievale; non documento coevo del 1264 |
| circa 1268 | Neri e Masseo Callatoris; casa con cellarium e solarium. | Henderson, Piety and heresy in medieval Orvieto, 1990, pp. 90, 105 e 177; frammenti provenienti da Viterbo. | studio secondario controllato; frammenti originali da identificare |
| 1275 | Eccl. Ss. Angeli et Fortunate de Carraiola. | Guidi, Rationes Decimarum Italiae. Tuscia, I, p. 125, n. 2773. | edizione documentaria |
| 1278 | Pleberium Carraiole; tenutam castri Carraiole et Montis Cabionis. | ASO/ASCO, Istrumentari, n. 877/8/VI, cc. 1r-10v; Bianco, 2016. | edizione scientifica dell’originale; integrazioni dalla copia del 1427 dichiarate |
| 1280 | «Montagna di Carnaiola» compresa nella divisione fra Bernardino e Nardo con i fratelli secondo la memoria familiare utilizzata da Ughelli. | Ughelli, Albero et istoria, pp. 26-27; Tiberini, 1999, pp. 138-140, voce 1280c (CA); Simoni, 1925, pp. 18, 24, 31; Nico Ottaviani, 2003. | Tiberini classifica la notizia come CA, cioè derivata dal tardo «diario» del conte Antonio; l’istrumento medievale di Ser Ranaldo di M. Fontano non è identificato. Il 1281 costituisce soltanto una corroborazione indiretta della divisione |
| 1284 | Beni di Carnaiola e Acqualta donati da Bernardino ai figli Ugolino e Ottaviano; Simoni data lo stesso episodio al 1283. | Ughelli, Albero et istoria, p. 45: MCCLXXXIIII; confronto con p. 25: donazione del 1263 rogata a Poggio Aquilone e donazione del 1271 relativa alla selva di Collelungo, entrambe dette conservate nell’«archivio secreto Conservatorale d’Orvieto»; Tiberini, 1999, pp. 138-140, voce 1284b (AM) e giudizio sull’attendibilità archivistica di Ughelli; Simoni, 1925, p. 19: 1283. | tradizione erudita controllata: 1284 è la lezione dell’edizione Ughelli del 1667; la fonte medievale resta da identificare. Il Liber Donationum I è una pista di verifica, non la fonte già attribuita all’atto. |
| 24 ottobre 1289 | Obbligo diretto alle decime assunto dalla comunità di Montegabbione. | AVO, Cartulari, Codice C, c. 85/4; Piselli, 2018, doc. 6, pp. 38-40. | trascrizione documentaria edita; effetti istituzionali non deducibili automaticamente |
| 1292 | Sezione catastale di Carnaiola, cc. 649-658; burgus Carraiole; contrata Petriti/Petrito presso contrata Volpaie; presenza della vite; Carnaiola e Montegabbione risultano unità catastali distinte. Nell’elaborazione di Carpentier: 55 proprietari, 326 parcelle, 26.029 tabule; Carnaiola è letta come sito di confluenza, inserita nella fascia del Chiani segnata da aree paludose e compare fra le comunità con beni comunali; 67 menzioni di stabilimenti ecclesiastici su 617 occorrenze catastali (10,85%), 47 menzioni della Paroisse de Carnaiola e una debole quota patrimoniale dell’antica pieve rispetto ai grandi enti monastici. | ASO, ASCO, Catasti, n. 400, cc. 649-658; Bianco, 2016, p. 66; Bianco, 2019, pp. 269-283; Carpentier, 1986, pp. 63-66, 126-132, 159-160, 164, 205, 208-209, 213-215, 217; Castagnoli, 2014. | testimone identificato ma non collazionato; dati ricavati da studi sul catasto |
| 1300 | Invio di 6 fanti di Carnaiola a Roma in occasione del Giubileo di Bonifacio VIII. | Monaldo Monaldeschi, Commentarii historici, Venezia, 1584, p. 65. | cronaca posteriore; testimonianza non coeva |
Questioni aperte e prossime integrazioni
La documentazione finora raccolta consente di fissare con buona sicurezza i principali passaggi della storia medievale di Carnaiola, ma restano alcuni controlli essenziali per consolidare o ampliare la ricostruzione:
Questi controlli possono modificare il grado di certezza attribuito alle singole attestazioni e, soprattutto, sostituire segnalazioni indirette con il testo effettivo delle fonti.
Fonti e bibliografia
Note
1 L. Fumi, Codice diplomatico della città d’Orvieto. Documenti e regesti dal secolo XI al XV, Firenze, 1884, doc. XV, pp. 11-12; Fumi rinvia ad AVO, Collezione B, c. 103t. Nell’edizione di Fumi la lacuna dopo ad Bernardinum et ad fratres eius è segnalata dallo stesso editore. La forma Rollandutius de Carraiola appartiene alla lista dei testimoni. Cfr. anche la pagina Montegiove tra XII e XIII secolo, dove lo stesso documento è utilizzato come antecedente del lignaggio Bulgarelli-Marsciano.↩
2 Traduzione di servizio dell’atto del 1118: «Io Bernardo, conte, figlio del conte Bulgarello, sotto giuramento prometto a Guglielmo, vescovo della chiesa di Santa Maria di Orvieto, e ai suoi successori in perpetuo che noi, insieme con i miei fratelli Gualfredo, Ugolino e Gregorio e con mia moglie Persona, non sottrarremo mai il castello di Parrano, né la corte con il distretto, con tutto il diritto e l’uso che appartengono al predetto castello, né personalmente né per interposta persona; e se qualcuno lo sottrarrà, aiuteremo in buona fede a recuperarlo e, una volta recuperato, a conservarlo; promettiamo inoltre di muovere guerra contro coloro che avranno fatto ciò, dopo esserne stati richiesti dal vescovo Guglielmo, da un suo successore o da un loro messo certo, e non faremo tregua né pace con tali uomini senza il consenso delle persone predette, purché il vescovo e i suoi successori osservino nei nostri confronti quanto sarà dichiarato qui sotto. Così Dio e i santi Vangeli mi aiutino. Rimanga fermo in perpetuo. Per la garanzia predetta che Bernardino, i suoi fratelli e sua moglie fecero riguardo al castello di Parrano con la corte, io Guglielmo vescovo non vendo, né dono, né permuto, né mai alienerò in alcun modo, se non a Bernardino e ai suoi fratelli, a sua moglie e ai loro eredi in perpetuo, eccettuati alcuni feudi, se vorrò infeudarli a qualcuno; se voi vorrete acquistarli da noi per tale prezzo, promettiamo di darli, se vorremo darli, per quaranta lire di buoni denari milanesi, con una pensione annua di dieci soldi delle suddette monete. E obbligo me e i miei successori in perpetuo: se contro questo scritto — cosa che non avvenga — mai faremo qualcosa, oppure non osserveremo quanto sopra detto, allora il predetto castello di Parrano, tutto intero, con la corte e il distretto, passi a Bernardino e ai suoi fratelli [lacuna del testo] e a sua moglie e ai loro eredi, senza prezzo; resti soltanto la pensione al predetto vescovo, se Bernardino, i suoi fratelli e sua moglie avranno osservato quanto giurarono. Questo fu fatto in Pragule, tra il castello di Parrano e il fiume Chiani, nell’anno dell’incarnazione del Signore 1118, mentre Gelasio sedeva sulla somma sede degli apostoli Pietro e Paolo, nel primo anno del suo pontificato, nel mese di aprile, di martedì, alla presenza di uomini degni, i cui nomi sono questi: Dono, figlio di Rainerio da Ficulle, Rollanduzio da Carraiola e Ubaldino, figlio di Niger Pietro da Savingnano; questi furono chiamati come testimoni. Io Rainerio fui richiesto per questo patto e poi lo completai e lo scrissi». Traduzione condotta sul testo edito da Fumi; la lacuna è conservata esattamente come dichiarata dall’editore.↩
3 Celestino III, bolla Miserati inopiam, Laterano, 27 dicembre 1191. Edizioni utilizzate: L. A. Muratori, Antiquitates Italicae medii aevi, VI, Milano, 1742, p. 421; G. La Farina, Rischiarazioni e documenti sopra nove studi storici del secolo XIII, Bastia, 1857, parte IV, doc. XXXVI, pp. CCXX-CCXXII. La Farina reca nell'intestazione «dell'anno 1192», ma nel testo stampa Anno MCXCI e Pontificatus ... Anno Primo; dopo l'atto discute inoltre l'incongruenza dell'indizione. Il regesto diplomatico moderno è in P. F. Kehr, Italia Pontificia, III, p. 234, n. 15. Per un recente inquadramento del ruolo della Miserati inopiam nel consolidamento del potere vescovile chiusino cfr. M. A. M. Nassar, 2025, p. 182. E. Barni - G. Bersotti, La Diocesi di Chiusi, Chiusi, Edizioni Luì, 1999, pp. 16-18, identificano esplicitamente Carraiola con Carnaiola di Orvieto. Nell'edizione La Farina la formula è Castellum de Carriolo, cum tota Curte sua. La trascrizione integrale riportata nella pagina segue La Farina; la clausola da lui abbreviata con Si qua igitur etc.... non viene ricostruita.↩
4 Traduzione di servizio della Miserati inopiam secondo l’edizione La Farina: «Celestino vescovo, servo dei servi di Dio, al diletto fratello nostro Teobaldo, vescovo di Chiusi, salute e apostolica benedizione. Avendo compassione della povertà della Chiesa di Chiusi affidata a te e seguendo le orme dei nostri predecessori di felice memoria, i pontefici romani Onorio, Eugenio, Anastasio e Adriano, accogliamo sotto la protezione del beato Pietro e nostra la stessa Chiesa, alla quale con l’aiuto del Signore presiedi, affinché gli ordini ecclesiastici, tutti i possessi e i beni che la tua Chiesa possiede al presente o possederà in futuro rimangano saldi e integri a te e ai tuoi successori. Anzitutto la chiesa cattedrale di San Secondiano e la chiesa di Santa Mustiola; l’ospedale di Sant’Ireneo; la pieve di Santa Maria de Balneo; la pieve di San Donato di Radicofano; la pieve di San Giovanni de Queneto; la pieve di Santa Maria de Spino, con la cappella di San Giovanni e le massarizie; la pieve di San Martino de Fabrica con tutte le sue pertinenze; la pieve di San Donato; la pieve di San Martino con la cappella di San Quirico del castello Algisi; la pieve di Sant’Eleuterio; la pieve di Santa Maria de Pretulo; la pieve di Santa Maria de Runcano; la pieve di San Donato; la pieve di San Gervasio; la pieve di San Severo de Verlano; la pieve di San Terenziano de Materno; la pieve di Santa Maria de Figline con le sue cappelle; la pieve di San Cesario; la pieve dei Santi Cosma e Damiano; la pieve di San Silvestro; la pieve di San Vittorino con la cappella di San Martino; la pieve di San Filippo; l’eremo del Vivo; la pieve di Santa Flora con tutte le sue pertinenze; la pieve di San Pietro de Auliano con la cappella de Lugnole; e tutto ciò che possedete nella chiesa di San Leonardo del castello de Pono; la pieve di Santa Maria de Muscia con la cappella de Castellione Ugonis; la pieve di San Lorenzo. Inoltre le corti dello stesso vescovo, cioè la corte di Santa Flora de Poceto; la corte di Bugnano con il castello di Potentino e la sua torre, posta sul fiume Vivo; la corte di San Clemente; la cappella di San Paolo de Materlo e la pieve di Sant’Ansano; la corte de Montealtulo; la corte de Capitino e Lajano e Corvaja, con la sua cappella; il monte de Torino; la corte de Bruscaja con il castello Cecul; la corte de Rasarone con la cappella di Sant’Adriano; il monastero di San Pietro in Campo; la corte di Sant’Angelo de Cervinaja; la pieve di San Mamiliano in Cignano con le sue pertinenze; la corte di San Quirico de Pulsignano; la cappella di San Paolo; la corte de Puteolo con la cappella di San Pietro; la corte de Casa Majore con la cappella; la corte di San Salvatore; la corte de Caliano; la corte de Magnano; il monastero di San Benedetto posto presso il fiume Tresiani; la chiesa di San Paolo de Materno; la chiesa di Sant’Andrea de Fracta; la cappella di Sant’Angelo de Rivo; la cappella di San Crisiano e Tavernelle con Roso; la chiesa di Santa Onorata con tutte le sue pertinenze; la corte de Petrognano; il monte Veneris; la corte de Raspista; la corte de Campilli; la corte Sancti de Tarninano; la corte de Valcalla; la corte de Martiniano; la corte de Resignano; la corte de Fabrica; la cappella di Santa Maria de Flojano; la chiesa di Santa Maria de Fortunula; la corte de Tilliano; la corte de Pistula; la corte de Valliano; il castello di Carriolo con tutta la sua corte; la cappella di San Giusto con le sue pertinenze; la corte de Cignano; la chiesa di San Pietro; la chiesa di San Lorenzo; il monte Luculi; la quarta parte del castello de Aniano per testamento del conte Manente; il castello de Montollo con tutto il suo distretto e la metà di tutto ciò che egli ebbe dalla Serra de Sarthiano fino al fiume Chiani, eccettuato ciò che ebbe nel Colle Franculi. Inoltre la chiesa di San Pietro; la chiesa di San Silvestro; la chiesa di San Pantaleone; la cappella di San Domenico; la chiesa di San Savino; la chiesa di San Giovanni de Guerneto; la chiesa di Sant’Ilario con tutte le sue pertinenze; la corte de Murelle con tutte le sue pertinenze. Inoltre le peschiere che possedete al Porto de Casali, nel Piano de Lignalia, nella Vena de Arrone e presso il ponte Uanis, a monte e a valle, in Ulma e in Volatu. Decretiamo dunque che nessun arcivescovo, nella predetta diocesi, osi consacrare chiese, confezionare il crisma, ordinare chierici o impartire la pubblica penitenza senza licenza del vescovo di Chiusi. Nessuno osi irragionevolmente impedire il diritto episcopale del vescovado di Chiusi, cioè la quarta parte delle decime e delle offerte tanto dei vivi quanto dei morti e le altre cose che gli sono dovute secondo gli statuti dei sacri canoni; né osi temerariamente turbare la stessa Chiesa, sottrarne i possessi, trattenere quelli sottratti, diminuirli o affaticarla in qualunque modo con molestie, ma tutto sia conservato integro a vantaggio dell’uso dei chierici e dei poveri, salva l’autorità della Sede Apostolica». A questo punto La Farina abbrevia la clausola successiva con «Si qua igitur etc....», che non viene ricostruita. Seguono le sottoscrizioni di Celestino III e dei cardinali Pandolfo, Melior, Giovanni di San Clemente, Ugo, Albano, Ottaviano, Giovanni Prenestino, Graziano, Goffredo e Bernardo. La datazione finale reca: «Dato in Laterano per mano di Egidio di San Nicola in Carcere Tulliano, il sesto giorno prima delle calende di gennaio [27 dicembre], indizione XI, anno dell’Incarnazione del Signore 1191, primo anno del pontificato di papa Celestino III». Traduzione di servizio, non edizione critica; i toponimi di incerta identificazione sono lasciati nella forma della fonte.↩
5 E. Barni - G. Bersotti, La Diocesi di Chiusi, Chiusi, Edizioni Luì, 1999, p. 19 e n. 57: gli autori riferiscono che la bolla di Martino V del 2 febbraio 1418 è una ripetizione integrale del privilegio di Celestino III del 1191, ripresa dalla bolla di Onorio III che datano al 7 aprile 1218; la nota rinvia ad Archivio Bandini, Sarteano, vol. B, f. 119v. M. Marrocchi, «I confini sfuggenti tra Orvieto, Siena e Perugia: i Farolfenghi-Manenti e le Chiane (secc. XII-XIV)», in Terre di confine tra Toscana, Romagna e Umbria, Firenze, 2020, pp. 393-413, spec. p. 396 n. 10 e p. 407 n. 46, conferma indipendentemente una littera papale di Onorio III del 1218, inserita in una successiva di Martino V, e rinvia ad ASF, Manoscritti, 570, f. 122r. P. Pressutti, Regesta Honorii Papae III, I, Roma, 1888, per il 7 aprile 1218 registra ai nn. 1221-1223 altri atti, fra cui il privilegio per Fonte Avellana (n. 1222, p. 202), senza una voce per Chiusi: perciò la data precisa indicata da Barni-Bersotti resta da collazionare sul testimone manoscritto. La presenza di Carriola/Carnaiola nel testo del 1218 non è ancora verificata.↩
6 Traduzione di servizio del solo frammento del 1218 riportato da Marrocchi: «il castello di Montollo con tutto il suo distretto e la metà di tutto ciò che ebbe dalla terra di Sarteano fino al fiume Chiani, eccettuato ciò che ebbe nel Colle Franculi». Il frammento riguarda Montollo e non contiene Carnaiola; viene riportato soltanto per documentare che la littera onoriana trasmetteva una parte dell’elenco patrimoniale già noto nel privilegio del 1191.↩
7 AVO, Archivio del Capitolo della Cattedrale di Orvieto, Instrumentari, Codice di San Costanzo, doc. 150, secondo il rinvio «CSC 150» finora individuato. Il Codice di San Costanzo è un cartulario capitolare; è segnalata presso l’Archivio Vescovile anche una trascrizione moderna di G. Leoni. La formula relativa a Henricum carnaiolum resta da collazionare direttamente sul documento o sulla trascrizione e per questo non viene ampliata oltre il frammento noto.↩
8 Traduzione di servizio della formula segnalata per il 1233: «elesse Enrico di Carnaiola come rettore di Santa Maria dell’episcopato orvietano». Il soggetto dell’azione e il contesto dell’elezione non sono ricostruiti perché non compaiono nel frammento finora acquisito.↩
9 L. Fumi, Codice diplomatico, doc. CCXLIX, p. 165, 29 dicembre 1239; rinvio archivistico dell’edizione: De Bust., c. 31t. Il regesto distingue la partita per Lipraga da quella di Carnaiola e precisa che i figli di Bartolomeo «Philippi» fecero quietanza di 40 lire sulle 140 dovute pro custodia et expensis factis in Caraiola. Per l’identificazione di Enrico, Guido e Filippo con i figli di Bartolomeo Filippeschi cfr. L. Riccetti, voci «Filippeschi, Bartolomeo» e «Filippeschi, Enrico», DBI, XLVII, 1997. R. Sanchini, «Chiusi nel XII secolo», attribuisce esplicitamente a D. Waley la formulazione secondo la quale nel 1239 Enrico Filippeschi «condusse la difesa di Carnaiola nell’interesse del comune di Orvieto» e rinvia a p. 195 di Orvieto medievale; la numerazione corrisponde all’edizione italiana, Roma, Multigrafica, 1985. Il passo di Waley resta da collazionare direttamente e non viene quindi usato per precisare oltre il dato documentario di Fumi.↩
10 Traduzione di servizio delle formule latine conservate nel regesto di Fumi: pro magistris, pro trabukectis et aliis fornimentis faciendis, supra Castrum Liprage, «per i maestri, per i trabucchi e per gli altri apprestamenti da realizzare presso il castello di Lipraga»; pro custodia et expensis factis in Caraiola, «per la custodia e per le spese sostenute a Caraiola»; de funiculis, «per le funi». Il resto del riquadro è già il regesto italiano di Fumi e non richiede traduzione.↩
11 S. Carocci, «Le comunalie di Orvieto fra la fine del XII e la metà del XIV secolo», pp. 709-710; ASO-ASCO, Istrumentari, n. 874, Comunalie, cc. 4v-5r. Il testimone superstite è la copia del 1257 di Bartolomeo Bonomi, costruita sul registro della ricognizione del 1244 di Stabile Recovarantie e integrata anche con comunanze non viste tredici anni prima.↩
12 ASO-ASCO, Istrumentari, n. 865, Titolario A, c. 92r (originale); copie nel Codice Catalano, n. 867, c. 81r, e nel Codice Savello, n. 870, cc. 154v-155r. L. Fumi, Codice diplomatico, doc. CCLXIV, pp. 173-174; S. Carocci, cit., pp. 724-725 e n. 99; A. Cervi, Sicut inveni in quaterno notarii populi, 2016. Cervi segnala che Fumi nell’escatocol sostituisce erroneamente i quattro rectores populi con i «Cento del popolo».↩
13 Traduzione di servizio: ius laboratorum omnium comunagliarum, «il diritto dei lavoratori di tutte le comunalie». La formula indica i diritti d’uso dei lavoratori sulle terre comuni che i concessionari erano tenuti a rispettare.↩
14 L. Fumi, Codice diplomatico, doc. CCCLX, p. 225, 13 giugno 1259, con rinvio a Istrumentario B, c. 21; cfr. S. Carocci, cit., p. 724, n. 94. Fumi parla di contratto di «vendita» delle comunalie; Carocci invita a lasciare aperta l’alternativa fra alienazione perpetua e locazione. La torre di Carraiola e la clausola che ne limita la vendita sono invece esplicite nel regesto.↩
15 Traduzione di servizio delle espressioni latine conservate nel regesto del 1259: in monte Ficullis, «sul monte di Ficulle»; de valle Ficullis, «della valle di Ficulle». Il riquadro riproduce per il resto il regesto italiano di Fumi; non è una traduzione dell’atto dell’Istrumentario B, c. 21.↩
16 J. Mary Henderson, Piety and heresy in medieval Orvieto: the religious life of the laity, c. 1150-1350, PhD thesis, University of Edinburgh, 1990, pp. 90, 105 e 177. Henderson collega il dossier a documenti frammentari provenienti da Viterbo; la segnatura archivistica precisa resta da identificare.↩
17 P. Guidi (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Tuscia, I, Città del Vaticano, 1932, p. 125, n. 2773: Eccl. Ss. Angeli et Fortunate de Carraiola; cfr. D. Piselli, Comunità laica e religiosa di Montegabbione, 2018, per l’inquadramento del rapporto fra Carnaiola, Chiusi e l’espansione della diocesi orvietana.↩
18 Traduzione di servizio: Eccl. Ss. Angeli et Fortunate de Carraiola, «chiesa dei Santi Angelo e Fortunata di Carraiola». La forma Fortunate è il genitivo del nome femminile Fortunata e viene pertanto resa «di Santa Fortunata».↩
19 ASO/ASCO, Istrumentari, n. 877/8/VI, cc. 1r-10v; F. Bianco, «Il Liber de confinibus di Orvieto (1278). Per uno studio del paesaggio medievale degli antichi pivieri di Ficulle, Carnaiola, Fabro, Monteleone e Montegiove», in Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, CXIII/1-2, 2016, pp. 49-54, trascrizione alle pp. 75-76. L’edizione dichiara esplicitamente che il testo è trascritto dall’originale del 1278 e che le integrazioni ricavate dalla copia del 1427 sono rese in corsivo. Per la ricostruzione topografica Bianco confronta il Liber con le comunalie del 1244, il catasto del 1292 e la cartografia catastale successiva; propone fra l’altro le corrispondenze Fossatus Ripigloli/fosso Ripignolo, Podium Herilis/Monte Arale, Fossatus Risorri/torrente Sorre, Fossatus Rigorsai/fosso del Rosario e Mons Ficullis/Monte Alvano. La stessa autrice presenta invece come ipotesi da approfondire l’identificazione di Podium Mercardi con Poggio Pian del Sette e della ecclesia Sancti Donati destructa con Poggio della Croce. Cfr. D. Piselli, Comunità laica e religiosa di Montegabbione, 2018, per la ripresa della lettura topografica del piviere.↩
20 Traduzione di servizio della sezione Pleberium Carraiole: «Presso il fiume Chiani, cioè presso il canneto dei figli di Giovanni Bernardi, presso il quale canneto sbocca nel fiume Chiani una strada che viene attraverso il poggio de Veclane, detta strada comincia a segnare il confine fra il piviere di Carnaiola e Montegabbione e il piviere di Monteleone e della sua montagna. Fra i due pivieri la detta strada segna il limite, passando per il predetto poggio de Veclane; quindi torna per la stessa via al mulino di Oddone Fuge nel fossato Ripigloli e sale per quel fossato fino al contado perugino; da qui la tenuta di Carnaiola e Montegabbione si estende fino ai crocicchi e poi sale per il mezzo del Poggio Herilis fino alla sommità del detto monte. Qui comincia il confine fra il piviere di Carnaiola e il piviere di Montegiove. Fra i due pivieri il limite torna per una strada che viene verso il castello di Montegiove. Per questa strada giunge fino alla cima del Poggio Mercardi; quindi procede per la via fino alla chiesa distrutta di San Donato, poi sbocca nel fossatello Castagnoli e per detto fossatello nel fossato Risorri, e quindi nel fiume Chiani. Da qui in avanti il fiume Chiani segna il confine fra il detto piviere e quello di Ficulle fino al vecchio canneto; quindi torna al fossato Rigarsai, che sbocca nel Chiani dall’altra parte del fiume presso il monte di Ficulle; poi ritorna alla chiesa distrutta di San Glorio, raggiunge il capo del campo di Ranaldo Iacoppi e guarda in linea retta alla fornace che è presso la strada vicino ad Amalaria; quindi attraversa la strada e giunge al Chiani presso l’ortus infectorum; da qui in avanti il fiume Chiani segna il confine fra i pivieri di Ficulle e Carnaiola fino alla detta strada che sbocca nel Chiani presso il canneto dei figli di Giovanni Bernardi». La formula successiva tenutam castri Carraiole et Montis Cabionis è resa: «la tenuta del castello di Carnaiola e di Montegabbione». I toponimi non identificati con certezza sono lasciati nella forma dell’edizione.↩
21 F. Ughelli, Albero et istoria della famiglia de’ Conti di Marsciano, Roma, 1667, p. 27; D. Piselli, Comunità laica e religiosa di Montegabbione, 2018, sezione iniziale sul piviere di Carnaiola, con rinvio complessivo a Ughelli, pp. 27, 44 e 45, per le notizie del 1280 e 1284. A p. 27 l’edizione originale reca la formula sulla «Montagna di Carnaiola» e precisa che il libro di memorie del conte Antonio ricordava due strumenti rogati da «Ser Ranaldo di M. Fontano»; questo passo non identifica Parrano come luogo di rogazione. A p. 44, tuttavia, Ughelli offre una seconda formulazione e dice che la grande divisione fu stipulata a Parrano, aggiungendo che poco dopo seguì la divisione di Parrano con rogito del medesimo notaio. Le due formulazioni sono entrambe seicentesche e gli istrumenti medievali restano da identificare. Cfr. inoltre C. Simoni, Il castello di Montegiove di Mentanea, Roma, 1925: p. 17 identifica separatamente le investiture di Parrano del 28 giugno 1280 rinviando a Ughelli, docc. XXI e XXXIII, pp. 115 e 181; tali atti non sono l’istrumento di divisione di Messer Fontano. A p. 18 Simoni include la «montagna di Carnaiola» nel riepilogo dei possessi di Bulgaruccio e Bernardino; a p. 24 ricorda la divisione del 1280; a p. 31 precisa che i tre fratelli Ugolino, Nardo e Nerio e lo zio Bernardino divisero le proprietà per stirpes et capita e rinvia alla parte storica del lungo testamento del conte Antonio di Marsciano, riportata da Ughelli, p. 156-D. La formula testamentaria richiamata da Simoni («Ugolinus, Nardus et Nerius ex una parte et Bernardinus ex altera») costituisce una memoria successiva della divisione familiare, ma nel passo non menziona Carnaiola e non è l’istrumento di Messer Fontano. Il controllo critico moderno di M. G. Nico Ottaviani, «Introduzione», in Ughelli, Albero et istoria, rist. anast., Marsciano 2003, sezione «Un tema scottante: le divisioni», ridimensiona il valore probatorio della tradizione: dei documenti ricordati da Ughelli per la divisione del 1280 sarebbe rimasta soltanto una «debole traccia», insufficiente a confermare direttamente il fatto. Nico Ottaviani utilizza invece la vendita di Marsciano del 1281 come corroborazione indiretta, perché mostra i membri della famiglia operare su porzioni già distinte; per tali atti indica copie in Archivio di Stato di Perugia, Archivio storico comunale di Perugia, Consigli e riformanze, 177, cc. 10r-11r e 17rv, e Miscellanea, 4, cc. 21r-22v e 46v-47r. Queste carte del 1281 non documentano però la «montagna di Carnaiola» né sostituiscono l’istrumento del 1280. La classificazione della fonte proposta da S. Tiberini, Le signorie rurali nell’Umbria settentrionale, Roma 1999, pp. 138-140: la voce 1280c, riferita a Ughelli, pp. 26-27, è marcata CA, sigla con cui Tiberini indica le notizie tratte dal «diario» del conte Antonio di Marsciano, verosimilmente una cronaca familiare tarda. Nella stessa tavola gli atti 1280a-b sono invece ricondotti all’AVO, Codice A, confermando che non vanno confusi con la divisione patrimoniale contenente Carnaiola. Il problema della dispersione documentaria trova inoltre un riscontro generale in S. Tiberini, «Conti di Marsciano», in La signoria rurale nell’Italia del tardo medioevo. 5. Censimento e quadri regionali, a cura di F. Del Tredici, Roma, Universitalia, 2021, pp. 701-706: la famiglia non lasciò un archivio organico e soltanto due dei 53 documenti utilizzati da Ughelli provenivano dall’archivio privato del conte Antonio. Questi dati qualificano la trasmissione della notizia, ma non costituiscono una conferma autonoma dell’elenco patrimoniale del 1280.↩
22 F. Ughelli, Albero et istoria della famiglia de’ Conti di Marsciano, Roma, 1667, p. 45. Nell’edizione originale il passo reca «l’Anno istesso MCCLXXXIIII» e prosegue dichiarando che «nel medesimo Archivio apparisce» la donazione fatta da Bernardino ai figli Ugolino e Ottaviano dei beni di Carnaiola e Acqualta. Cfr. D. Piselli, Comunità laica e religiosa di Montegabbione, 2018, che riproduce correttamente la formula ughelliana. C. Simoni, Il castello di Montegiove di Mentanea, Roma, 1925, p. 19, riferisce invece lo stesso episodio al 1283. Il 1284 è pertanto certo come lettura di Ughelli; resta da identificare la carta medievale per controllare la cronologia dell’atto e spiegare la divergenza di Simoni. M. G. Nico Ottaviani, «Introduzione», in Ughelli, Albero et istoria, rist. anast., Marsciano 2003, ricostruisce inoltre il metodo documentario dell’erudito e mostra che i suoi transunti provenivano da più distinti depositi orvietani, fra i quali l’Archivio Episcopale, l’Archivio Segreto del Palazzo del Magistrato, l’Archivio del Duomo e l’Archivio pubblico di Orvieto. Un’ulteriore complicazione emerge da S. Tiberini, Le signorie rurali nell’Umbria settentrionale, Roma 1999, pp. 138-140: nella tavola delle fonti la voce 1284b tratta da Ughelli, p. 45, è marcata AM, sigla definita dall’autore come «archivio dei conti Marescotti», fondo del quale egli non aveva potuto stabilire ubicazione e sopravvivenza. Poiché il testo a stampa di Ughelli dichiara invece «Archivio d’Orvieto», le due indicazioni devono restare distinte fino a un controllo della fonte sottostante. Nelle stesse pp. 138-139 Tiberini premette però un giudizio metodologico di particolare rilievo: dopo il confronto fra le fonti pubblicate da Ughelli e gli originali ancora disponibili, considera l’erudito un serio ricercatore d’archivio e ritiene sostanzialmente affidabile l’apparato documentario della sua trattazione. Tale valutazione rafforza il peso della notizia ughelliana, ma non risolve la divergenza fra AM e «Archivio d’Orvieto». Un controllo della tabella delle fonti a p. 140 mostra inoltre che i due strumenti ughelliani del 1271 e 1263 non sono registrati nella sequenza relativa ai conti di Marsciano-Parrano, che passa dalle voci 1270a-b alle voci 1275a-b; la stessa tabella assegna invece 1284b a Ughelli, p. 45, AM. La sigla AM non può quindi essere spiegata, sulla sola base di quella tabella, come classificazione dei due precedenti dell’Archivio secreto Conservatorale. Cfr. inoltre S. Tiberini, «Conti di Marsciano», in La signoria rurale nell’Italia del tardo medioevo. 5. Censimento e quadri regionali, a cura di F. Del Tredici, Roma, Universitalia, 2021, pp. 701-706, spec. p. 705: l’autore afferma che i Marsciano non hanno lasciato un archivio di famiglia, che soltanto due dei 53 documenti utilizzati da Ughelli provenivano dall’archivio privato del conte Antonio e che la ricerca deve rivolgersi soprattutto agli archivi orvietani e perugini. La sintesi del 2021 non ritratta espressamente la sigla AM del 1999, ma non la ripropone nel quadro delle fonti. Per l’attuale fondo vaticano cfr. Archivio Apostolico Vaticano, Indice dei Fondi e relativi mezzi di descrizione e di ricerca, Città del Vaticano, settembre 2025, p. 22: Archivio Ruspoli-Marescotti, indici 719-722, Blocchetti VI/22. M. C. Cola, I Ruspoli. L’ascesa di una famiglia a Roma e la creazione artistica tra Barocco e Neoclassico, Roma, De Luca, 2018, chiarisce la formazione degli strumenti ottocenteschi: Rubricellone di Casa Ruspoli di Nicola Castelli (1862), indice 719 (1871) e Indice e Pianta dell’archivio di Enrico Narducci, indici 720-722 (1887). La stessa studiosa individua poi una segnatura di particolare interesse per la ricerca: M. C. Cola, «I Ruspoli e l’Ordine di Malta. Da Alessandro Marescotti al cardinale Bartolomeo, 1658-1730», in Lexicon. Speciale, 5, 2024, p. 159, n. 6, rinvia per le «vicende genealogiche dei Marescotti» ad AAV, Archivio Ruspoli-Marescotti, vol. 1, Alberi ed altro sopra l’antica discendenza dell’Illustrissima Famiglia Marescotti dall’anno 798 a tutto, e all’ins. 11, Quinternetto per la narrativa di Casa Marescotti. Prove della Nobiltà et Antichità.... Per la presenza di documentazione relativa alle controversie sul possesso di Parrano in età moderna cfr. M. Grattarola, «Baglioni Farnese Ortensia», in Dizionario Storico Biografico della Tuscia, con rinvio ad ARM, fald. 2, docc. 13-15 e fald. 3, doc. 7. Il contesto del vol. 1, ins. 11 è stato ulteriormente precisato da I. Fosi, «Genealogie e storie di famiglie fiorentine nella Roma del Seicento», in Istituzioni e società in Toscana nell’età moderna, Roma 1994, pp. 179-195, e da T. M. Rossi, «Famiglie e sussistenze archivistiche: uno spezzone dell’archivio Ruspoli», in Archivi, XVII/2 (2022), pp. 39-55: il dossier nasce nel quadro delle prove genealogiche seicentesche dei Marescotti, casata bolognese, mentre l’unione con i Ruspoli appartiene all’età moderna. Queste segnature rendono il fondo una pista concreta soprattutto per le carte di Parrano, ma nessuna delle pubblicazioni citate collega vol. 1, i faldoni 2-3 o altre unità dell’Archivio Ruspoli-Marescotti alla donazione Carnaiola-Acqualta del 1284; l’identificazione con l’AM tiberiniano resta quindi da dimostrare. L’Archivio di Stato di Bologna censisce inoltre un distinto fondo Marescotti, strumento VII 539, di cronologia moderna, che resta una pista secondaria. Per lo spezzone lucchese cfr. T. M. Rossi, La Collezione Ruspoli nell’Archivio Storico Diocesano di Lucca (1610-1945). Storia genealogica, catalogo dei volumi a stampa, inventario dei documenti, Lucca, Rete Documentaria Lucchese, 2020, pp. 43-88; Id., «Famiglie e sussistenze archivistiche: uno spezzone dell’archivio Ruspoli», in Archivi, XVII/2, 2022, pp. 51-53, che descrive le 27 unità degli Studi genealogici, in gran parte copie, e segnala materiale sui feudi di Parrano, Riano e Vignanello con cronologia 1676-1945. Per il problema della corrispondenza fra inventario storico e consistenza materialmente versata cfr. M. Grattarola, «Lo Statuto di Vignanello sopra il Danno Dato», Julianellum: lo statuto latino è indicato nell’inventario Ruspoli-Marescotti al n. 215, ma il faldone corrispondente non risulta oggi presente; l’autore segnala che al versamento non fu eseguito un riscontro completo fra inventario e faldoni consegnati. Un confronto interno allo stesso Ughelli offre un riscontro particolarmente forte: a p. 25, per due strumenti di donazione fatti da Bulgaruccio e Bernardino, l’autore scrive che si leggono nell’«archivio secreto Conservatorale d’Orvieto»; il primo è datato 1263 ed è detto rogato a Poggio Aquilone davanti al loro casamento, mentre dal secondo, datato 1271, Ughelli ricava il possesso della selva di Collelungo fra Monte Leone e Monte Gabbione; cfr. anche D. Piselli, Comunità laica e religiosa di Montegabbione: chiese ed abazie nei sec. XII-XIV, Montegabbione 2018, p. 1, che trascrive il passo. Poiché a p. 45 Ughelli usa invece la formula più generica «Archivio d’Orvieto» e poi «nel medesimo Archivio», il confronto rafforza l’ipotesi del deposito comunale/conservatorale, ma non consente ancora di identificare la singola serie o unità del 1284. Non è nota una segnatura corrente certa dei due strumenti del 1263-1271. La pista orvietana è sostenuta da più riscontri convergenti. La scheda SIAS del fondo Comune di Orvieto. Preunitario e L. Fumi, L’archivio segreto del comune di Orvieto, Siena 1875, documentano la continuità del complesso archivistico comunale; nella prefazione al Codice diplomatico della città d’Orvieto, Firenze 1884, Fumi descrive inoltre Filidio Marabottini, figlio di Aurelia di casa Marsciano, come prefetto dell’Archivio segreto e gli attribuisce l’Albero et istoria pubblicato sotto il nome di Ughelli, attribuzione poi discussa dalla storiografia. Per il problema dell’attribuzione dell’Albero et istoria e il ruolo di Marabottini cfr. M. G. Nico Ottaviani, introduzione alla ristampa anastatica, Marsciano 2003. L’inventario SAN dell’Archivio Cartari-Cohelli-Febei, serie Carteggi, descrive la segnatura 4, Carlo Cartari - Lettere del Marabottini 1659-1665, cc. 1-358, precisando che la corrispondenza contiene notizie storiche e genealogiche. Per il registro comunale cfr. ASO/ASCO, Insinuazioni delle donazioni, Liber Donationum I; L. Riccetti, «Orvieto: i testamenti del “Liber donationum” (1221-1281)», in Nolens intestatus decedere. Il testamento come fonte della storia religiosa e sociale, Perugia 1985; Id., «Il Liber Donationum I e l’istituto della insinuazione in Orvieto medievale», Bollettino dell’Istituto Storico Artistico Orvietano, XLII-XLIII (1986-1987), pp. 61-82. Sulla disciplina della registrazione cfr. C. Bismara, «L’Ufficio del Registro di Verona nel XV secolo: nuove ricerche», Archivio Veneto, 25 (2023), pp. 5-37, che, rinviando a Riccetti, ricorda per Orvieto dal 1260 l’obbligo di registrare donazioni e testamenti relativi a beni di valore superiore a 25 lire; C. Lansing, Power and Purity: Cathar Heresy in Medieval Italy, New York-Oxford 1998, segnala però che il testo della legge duecentesca non è conservato e che il primo statuto superstite da lei richiamato è del 1334. Lansing registra inoltre il Liber Donationum I come 34 fascicoli, 1202-1329; J. Mary Henderson, Piety and Heresy in Medieval Orvieto, PhD thesis, University of Edinburgh, 1990, p. 18, descrive 569 donazioni, normalmente di case o terre, ventuno altri accordi e alcune donationes inter vivos. L. Riccetti, «Filippeschi, Simone», Dizionario Biografico degli Italiani, cita fra le fonti ASO, Liber Donationum I, c. 158v; poiché la segnatura compare nella bibliografia cumulativa della voce, non è possibile associarla automaticamente all’anno 1284. Per la storia dell’ordinamento cfr. inoltre M. Rossi Caponeri, «L’inventario dell’archivio comunale di Orvieto», in Luigi Fumi. La vita e l’opera nel 150° anniversario della nascita, p. 115 e n. 12, che ricorda fra le serie individuate da Fumi le Insinuazioni delle donazioni e rinvia a L. Fumi, Archivio segreto del Comune di Orvieto. Inventario Luigi Fumi, 1875, p. 264. La scheda SIAS descrive quest’ultimo come manoscritto di 344 pp., disponibile in Sala di studio negli strumenti 37-38; cfr. anche G. Buccolini, Comune di Orvieto. Inventario, 1936-1937, parziale revisione con numerazione progressiva delle unità, strumento di Sala 1. La scheda SIAS del fondo Comune di Orvieto. Preunitario avverte che le unità presentano più numerazioni poste in epoche diverse. La prassi citazionale recente conferma che il registro è normalmente richiesto e citato per titolo: cfr., ad esempio, L. Riccetti, «Filippeschi, Simone», Dizionario Biografico degli Italiani: Archivio di Stato di Terni, Sezione di Orvieto, Liber Donationum, I; analogamente altra bibliografia recente usa Comune di Orvieto, Liber donationum I senza numero progressivo di unità. C. Lansing, Power and Purity: Cathar Heresy in Medieval Italy, Oxford-New York 1998, cita Liber donationum, c. 149r, per una donazione datata 1287: il rinvio costituisce un termine cronologico sicuro nel codice, ma non permette di dedurre la carta del 1284. Fumi include inoltre le Insinuazioni delle donazioni fra le provenienze utilizzate nel Codice diplomatico della città d’Orvieto (1884); il Codice diplomatico non consente di identificare l’atto del 1284. Nessuno di questi riscontri identifica ancora la singola registrazione Carnaiola-Acqualta: il Liber Donationum I è indicato come bersaglio di verifica, non come fonte già collazionata per l’atto del 1284.↩
23 AVO, Cartulari, Codice C, c. 85/4; D. Piselli, Comunità laica e religiosa di Montegabbione, 2018, Appendice documenti, n. 6, pp. 38-40. La rubrica dell’indice è «Obligatio universitatis Montis Gabionis de solvendis decimis». Il testo reca Indictione tertia, ma l’edizione osserva che per il 24 ottobre 1289 corrisponde l’indizione seconda; in calce l’istrumento è inoltre dichiarato cassato per mandato del vescovo e il testo risulta depennato. Il rapporto con i mutamenti dell’inquadramento territoriale di Carnaiola e Montegabbione è ricostruito mediante confronto con il 1278 e il 1292 e non è dichiarato letteralmente nell’atto. Per il confronto fra le unità territoriali del 1278 e quelle catastali del 1292 cfr. É. Carpentier, Orvieto à la fin du XIIIe siècle, pp. 60-66: p. 63 elenca Castrum de Montegabbione e Piviere de Carnaiola, mentre pp. 64 e 66 parlano di Castrum de Carnaiola; la difformità terminologica è mantenuta esplicitamente nel testo.↩
24 Traduzione di servizio dell’Instrumentum promissionis del 24 ottobre 1289, sulla traduzione pubblicata nell’appendice documentaria del 2018: «Nel nome del Signore Amen. Nell’anno dalla Sua nascita mille duecento ottantanove, indizione terza, nel secondo anno del pontificato di Niccolò papa IV, il giorno ventiquattro di ottobre. Convenuti alla presenza del venerando padre signor Francesco, per grazia di Dio vescovo di Orvieto, Martino Verderose, Benvenuto Polesco, Matteo di Stefania e Vita di Giullano, sindaci e procuratori della comunità degli uomini del castello di Montegabbione, costituiti espressamente per le cose sottoscritte, come risulta per mano del maestro Giovanni di Polesci, notaio allora della comunità del predetto castello di Montegabbione, spontaneamente e di propria volontà, per sé e per i propri eredi e a nome della detta comunità e di tutti e singoli gli uomini del detto castello di Montegabbione e dei loro eredi, promisero allo stesso signor vescovo, che legittimamente stipulava per sé e per i suoi successori, di dare a lui o ai suoi nunzi, ovvero ai nunzi dell’episcopato orvietano, le decime come qui sotto è annotato. Cioè che ciascuno del detto castello e i suoi eredi che lavorerà o lavora con i buoi darà in perpetuo, per ogni paio di buoi, allo stesso signor vescovo, ai suoi successori e all’episcopato orvietano o ai loro nunzi, ogni anno nel tempo in cui le decime sono solite essere pagate, a titolo di decima e per la decima, un quartengo di buon grano, secondo la misura con la quale gli uomini della villa di Acqualta e secondo la consuetudine con cui essi pagano la decima al signore, misura della quale cinque ne contengono quattro secondo la giusta misura orvietana; chi non lavora o non lavorerà con i buoi pagherà la metà di detta misura. E i predetti sindaci e procuratori promisero, tanto a nome proprio quanto a nome della detta comunità, degli uomini, di tutti e singoli quelli del detto castello e dei loro eredi, allo stesso signor vescovo, che legittimamente stipulava e riceveva per sé e per i suoi successori, di osservare fermamente ciò in ogni tempo e di non fare né venire mai contro di esso con alcun pretesto. Fatto a Orvieto nella camera del detto signor vescovo, presenti Guidetto Bernardini camerario, Apollinare notaio del predetto signor vescovo, il presbitero Giovanni rettore della chiesa di Santa Maria del detto castello di Montegabbione e Giovanni di Piacenza familiare del detto signor vescovo, testimoni appositamente chiamati e richiesti. E io Nicola di Guarcino, notaio pubblico per autorità della Sede Apostolica, fui presente alle cose predette, scrissi e apposi il segno, richiesto. Questo strumento fu cassato per mandato del signor vescovo». L’edizione del 2018 segnala inoltre che il testo reca «indizione terza», mentre il computo cronologico dà l’indizione seconda, e che la nota di cassazione è depennata con più righe oblique a inchiostro nero.↩
25 ASO, ASCO, Catasti, n. 400, cc. 649-658. F. Bianco, «Il Liber de confinibus di Orvieto (1278). Per uno studio del paesaggio medievale degli antichi pivieri di Ficulle, Carnaiola, Fabro, Monteleone e Montegiove», in Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, CXIII/1-2, 2016, p. 66, osserva che nel catasto del 1292 sono attestati un burgus Fabri e un burgus Carraiole. F. Bianco, «La tomba dei Cicu di Carnaiola, detta “della Volpara”. Per una rilettura delle fonti archeologiche», in Città della Pieve e il territorio in età etrusca. Ritrovamenti recenti, vecchie scoperte e collezionismo archeologico, Città della Pieve, 2019, pp. 269-283, utilizza i confini degli appezzamenti del catasto per collocare contrata Petriti/Petrito in prossimità di contrata Volpaie. D. Castagnoli, «Le paysage vitivinicole d’Orvieto, une région à forte spécialisation productive», in Territoires du vin, 6, 2014, riprende la ricostruzione di É. Carpentier e include Carnaiola fra i settori settentrionali interessati dalla presenza della vite nel catasto del 1292. É. Carpentier, Orvieto à la fin du XIIIe siècle. Ville et campagne dans le cadastre de 1292, Paris, CNRS, 1986: pp. 60-66, confronto fra le circoscrizioni del 1278 e del 1292; p. 126, 55 proprietari e media di 6 parcelle per proprietario; p. 127, 473 tabule per proprietario; p. 128, patrimonio fondiario medio stimato di 32 lire e 10 soldi per proprietario; p. 129, 326 parcelle e 26.029 tabule complessive; p. 130, superficie media di 80 tabule per parcella; p. 131, valore complessivo delle parcelle di 1.787 lire e valore medio di 5 lire e 9 soldi per parcella; p. 132, valore medio di 1 soldo per tabula; pp. 159-160, quadro geomorfologico del Chiani e definizione di Carnaiola come «sito di confluenza»; p. 164, fascia paludosa fra le colline di Ficulle e Carnaiola e lessico catastale in Pantanis; p. 205, Tableau XI, 67 menzioni di stabilimenti ecclesiastici su 617 menzioni catastali complessive (10,85%); p. 208, beni di San Pietro d’Acqualta anche a Carnaiola; p. 209, beni di San Giovanni di Montarale anche a Carnaiola e 47 menzioni della Paroisse de Carnaiola; pp. 213-215, Carnaiola fra le comunità con beni comunali e nel gruppo delle comunalie orvietane della fascia Ficulle-Carnaiola-Fabro; p. 217, Carnaiola fra le antiche pievi con debole quota del patrimonio ecclesiastico fondiario. Le ipotesi di Carpentier sulla bonifica e sull’organizzazione del paesaggio sono interpretazioni moderne; i valori quantitativi non corrispondono automaticamente al numero degli abitanti, delle famiglie o degli edifici ecclesiastici. Le cc. 649-658 di Carnaiola restano da collazionare direttamente.↩
26 M. Monaldeschi della Cervara, Commentarii historici, Venezia, Francesco Ziletti, 1584, p. 65, riferimento trasmesso dalla storiografia moderna. Trattandosi di una testimonianza cronachistica posteriore ai fatti, il numero viene registrato come attestazione indiretta. ↩︎